Repubblica dei datteri,

la politica si è suicidata

La politica ha scelto il suicidio assistito. Si è staccata la spina. È finita. Ha chiuso. Non conta più niente. Non esiste. È diventata, nel giro di una generazione, pedagogico testamento spirituale di Manipulite a un quarto di secolo dalla sua alba, serva e ancella della finanza - male planetario - e delle procure - morbo invece squisitamente italiano.

Le recenti vicende legate al caso Consip e all’aggrovigliato intrico di relazioni e accuse che gravano sulla corte e i parenti di Matteo Renzi hanno sancito ancora una volta quanto il mondo della politica italiana e, a cascata, quello della comunicazione, non abbia più niente da dire di originale, di autorevole e, soprattutto, di autonomo a proposito del suo essere e del suo stare al mondo. Semplicemente perché ha abdicato alla propria natura, alla propria funzione, alla propria dignità. Ora, il punto non è affatto la reale consistenza della indagini e delle accuse mosse dalla procura, anche se il fatto che uno dei pubblici ministeri sia Woodcock, noto al mondo per inchieste tanto clamorose e spettacolari quanto per la maggior parte finite nel nulla dopo aver rovinato frotte di persone innocenti, già dovrebbe indurre alla prudenza. Il punto è quanto la forma mentale e la culturetta stracciona dei nostri politici da quattro soldi, senza né arte né parte, senza orgoglio, valore e coraggio, sia del tutto appiattita - a sinistra, a destra, al centro e pure nei movimenti così nuovi e così civici che più nuovi e più civici non si può - sull’agenda dettata dai magistrati che, quindi, diventa l’unico strumento per fare campagna elettorale e arrivare alla resa dei conti con i nemici interni.

La dinamica, dal Novantadue a oggi, è sempre la stessa. E lo spettacolo sempre più penoso. Arriva l’avviso di garanzia e scatta immediatamente il riflesso pavloviano del massacro a prescindere e giù con la retorica della trasparenza, della coerenza, della continenza, dell’uguaglianza e del passo indietro e del passo di lato e dell’opportunità politica e del non poteva non sapere e del non poteva non capire e dell’acqua nella quale sguazzano i pesci del malaffare e del brodo di coltura e dei cerchi e dei gigli e dei raggi magici e dei poteri forti, delle consorterie, delle massonerie, delle relazioni, delle affiliazioni, delle segnalazioni. Basti vedere qualche post del Grande Inquisitore Di Maio dedicato al presidente del Pd campano, Stefano Graziano, indagato per associazione camorristica e che ora, una volta archiviate le accuse, speriamo non si dimentichi di portare via anche i calzini al suo diffamatore. Ma non c’è niente da fare. Non c’è scrupolo che tenga né alcuna coscienza che il prossimo giro sarà il loro - perché è sempre andata così - e che il sinistro tutto tronfio ed egagro nel maramaldeggiare sul destro beccato con il sorcio in bocca verrà a sua volta vilipeso e sbeffeggiato e svillaneggiato dal grillino giacobino e adamantino che è ora di finirla e basta con questi ladroni di Stato e adesso tutti in galera e che però a sua volta, una volta pizzicato con il naso nella marmellata (scusate, quanti secoli fa è esploso il caso Raggi?), sarà fustigato e inchiodato al suo fariseismo da quello della nuova sinistra dura e pura che però, a sua volta, e bla bla bla… E così per sempre. Senza fine. E naturalmente il mantra “io sono garantista” è una succulenta portata che si usa alla carta, a seconda dei casi, alla bisogna, sotto l’egida di una clamorosa doppia morale - garantista con i tuoi, colpevolista con chi vuoi - nel dominio senza più ostacoli di una immanente cultura del sospetto da Unione sovietica, da regime orwelliano, da colonnelli argentini.

E noi, noi del rutilante mondo dei media, sempre con il ditino alzato a dare lezioni di moralità e di specchiato professionismo, ci ritroviamo sempre più nel ruolo delle salmerie. Che burattini. Come mai l’inchiesta Consip con tutte le acrobazie del padre più famoso d’Italia è rimasta confinata in un paio di piccoli giornali (“Il Fatto” e “La Verità”) mentre negli altri finiva in un trafiletto a pagina cinquantasette e poi, all’improvviso, guarda un po’, è diventato un evento da primo piano? Non è che, putacaso, il figlio di tanto padre prima era il padrone del vapore e invece ora, dopo il quattro dicembre, anche il primo ubriaco che esce dall’osteria si sente legittimato a prenderlo a gatti morti in faccia? Come mai tutto questo attivismo? C’entra forse con la canea interna al Pd e con il riposizionamento dei poteri forti sulle sorti della nostra repubblica dei datteri? Che facciamo, il garantismo ultras quando uno comanda e il giustizialismo a tutta birra quando è nella polvere? Siamo i cultori del calcio dell’asino?

Non c’è dubbio che questo paese pulluli e strabocchi e strabordi di ladri e margnaffoni e che la nostra politica - ma vogliamo parlare anche di altri settori della cosiddetta società civile? - sia infettata dall’arraffismo congenito. Non c’è alcun dubbio, davvero. Ma questo non ci autorizza, così come invece è stato fatto negli ultimi venticinque anni, a consegnarci armi e bagagli alla magistratura, che a questo punto decide i candidati, fa le liste elettorali, separa il grano dal loglio, divide e impera e, alla fine, crea e perpetua una classe politica composta solo da inetti e conigli destinata a fare da portavoce delle procure e non dei propri elettori, nel delirio demagogico che basti un po’ di spirito manettaro e un po’ di rigurgiti anti sistema per creare la repubblica dei migliori. Ah sì. Perché, come ovvio, i più preclari esegeti di questa deriva sono gli antropologicamente superiori, quelli che non sbagliano mai e che nella loro inettitudine salottiera e nella loro incapacità di elaborare una politica vera legata ai tempi veri della realtà vera non hanno altra strategia di quella di eliminare il nemico per via giudiziaria. Senza accorgersi che il circo mediatico-poliziottesco è senza rete e che sono loro i prossimi destinati a finire nel sacco.

d.minonzio@laprovincia.it

@Diegominonzio

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