Una school perché Como
faccia scuola

Il principale ostacolo da superare sta nell’inveterata tendenza dei comaschi a non considerare le potenzialità della propria città. Un po’ per l’abitudine a guardare quasi sempre il bicchiere mezzo vuoto, un po’, più prosaicamente, per la non conoscenza della realtà. Di certo in molti smetterebbero di sogghignare di fronte all’idea che la cultura possa essere sempre più al centro dello sviluppo di Como, se solo conoscessero il caso della Lake Como School, una vera e propria eccellenza nel campo dell’alta formazione a livello internazionale.

I numeri sono eloquenti: nell’arco di tre anni sono state organizzate 26 scuole, 1.300 giornate di convegni, gli iscritti sono stati 1.208 iscritti e di questi sei su dieci sono stranieri, docenti e ricercatori arrivati qui da 50 Paesi esteri. La scelta di Como? Certo, il fascino della sede (quasi tutte le scuole vengono ospitate a Villa del Grumello) ha il suo peso, il richiamo del Lario – vero e proprio brand mondiale della bellezza – conta non poco.

Ma il fattore di successo della Lake Como School sta con tutta evidenza nel valore del progetto, nella qualità della proposta che è frutto - anche in questo si tratta di un modello che dovrebbe fare scuola – della collaborazione di quattro università (Insubria, Milano, Milano Bicocca e Pavia) con il territorio (Fondazione Volta) e con un finanziatore importante come Fondazione Cariplo. E se la cornice istituzionale è forte più agevole è stato il lavoro di Giulio Casati, lo scienziato comasco vero e appassionato promotore delle scuole. L’approccio al sapere è affascinante anche per i non addetti ai lavori. Le materie dei corsi sono diverse, si passa dalle cosiddette scienze dure alla medicina piuttosto che a problemi sociali di grande rilevanza e attualità come l’invecchiamento della popolazione. E si tratta sempre di scuole multidisciplinari, capaci cioè di mettere insieme e far dialogare studiosi di formazione diversa per trovare nuove vie di indagine ai problemi più gravi della società. «La difficoltà del mondo attuale a risolvere problemi ha bisogno di più strumenti, la complessità deve essere vista con il prisma di tante discipline» ha spiegato alcuni giorni fa Giulio Casati al Grumello. «Il futuro della ricerca è il meticciato tra i saperi – ha detto invece Fabio Rugge, rettore all’università di Pavia – e in tempi di scarse risorse una scuola come questa può avere un ruolo chiave nel lavoro delle università».

Como, in sostanza, ha in casa un progetto di rilievo internazionale anche se, al di fuori dell’ambito istituzionale, pochi comaschi lo conoscono.

Peccato, perché se vi fosse una generale superiore consapevolezza di ciò che è considerato una vera eccellenza, ci sarebbe garanzia di un salto in avanti anche del dibattito pubblico su temi come la città universitaria – che non è solo una questione di infrastrutture – o la città della cultura. Si tratta di problemi che hanno molto a che fare con il futuro di Como. Ma non risulta che su di essi, salvo la vicenda del campus a San Martino che pure è stata argomentata con molte semplificazioni, ci sia mai stata sufficiente attenzione. C’è sempre tempo per recuperare ma innanzi tutto bisogna informarsi.

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