Il problema della Lega è cosa fare da grande

Quando quarant’anni fa Umberto Bossi e altri avevano fondato la Lega allora Lombarda nessuno pensava che il partito sarebbe diventato il più longevo oggi. All’epoca forze politiche con forti connotati ideologici, dalla Dc al Psi al Pci, sembravano destinati a durare in eterno. E invece anche il piccolo movimento autonomista creato dal mancato medico di Cassano Magnago avrebbe contribuito alla loro estinzione, se vogliamo non dissimile a quella dei dinosauri. La Lega di Bossi era riuscita a convogliare nel consenso politico il malcontento del Nord tassato e vessato da una burocrazia di stampo borbonico opposto a un Sud clientelare e assistenzialista e a Roma ladrona. In termini pratici, con il suo brandire la secessione e il federalismo, non si può dire che il movimento rappresentato da una versione di Alberto di Giussano mutuata dal logo delle biciclette Legnano abbia sortito grandi risultati.

La crisi delle ideologie è arrivata dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della divisione del mondo in blocchi che, assieme al detonatore di Tangentopoli, hanno fatto crollare o trasformare in maniera profonda i vecchi partiti. La Lega ha raccolto i consensi degli orfani, soprattutto nelle Regioni del Lombardo Veneto, fino ad affacciarsi al governo, per la prima volta, nel 1994, dieci anni dopo la fondazione, sulla scia di Silvio Berlusconi. La breve stagione di quell’esecutivo non aveva consentito al Carroccio di passare all’incasso sui temi fondanti della sua azione legata al “sindacalismo” del Nord. Ma neppure quando, dopo il divorzio e la riconciliazione con il Cavaliere, l’azione di governo è stata stabile e duratura, in bilancio del Carroccio è stata una riforma federalista di cui, sul piano pratico, non si è accorto nessuno. Il Nord continua a pagare come prima e a restare impastoiato nella burocrazia centralista. La grande capacità del Senatur era quella di trascinare le folle creando attese messianiche che non si sono mai concretizzate. Poi, dopo la grave malattia che lo ha colpito nel 2004 e gli scandali legati alla famiglia e al cerchio magico, Bossi è uscito di scena e ha lasciato il posto alla transizione di Maroni e poi al regno di Salvini che ha cambiato in maniera radicale il movimento. La Lega (che ha perso la denominazione Nord) oggi è un partito nazionale orientato a destra. Bossi al contrario era sempre stato attento a strizzare l’occhio anche all’elettorato di sinistra che in parte aveva conquistato.

La svolta impressa dal Capitano, soprattutto dopo la perdita di consenso degli ultimi anni, non è stato digerita dai “vecchi” del Carroccio e forse neppure da qualche nuovo arrivato a ricoprire importanti incarichi istituzionali. L’unico elemento di raccordo tra passato presente è il ministro Roberto Calderoli che, non a caso, sta tentando di mandare avanti la legge sull’autonomia regionale, l’unico brandello rimasto della tela della vecchia Lega. Ma, al di là delle giravolte di Salvini e del suo accanimento sul ponte di Messina, qualcosa di lontanissimo del Carroccio che fu, siamo certi che potrebbe avere un senso mantenere la linea politica di “sindacato del Nord” senza essere riusciti a portare a casa risultati significativi? Non che la strategia salviniana stia pagando più di tanto, anzi, il Sud, al netto delle ipotetiche ricadute del Ponte sullo Stretto, sembra aver abbandonato i leghisti. E la concorrenza a destra nei fronti di FdI che, almeno nell’azione di governo di Meloni, trascolora su posizioni moderate, non appare pagante. Al di là della questione della leadership che potrebbe essere messa in discussione in caso di un deludente risultato alle europee, il vero problema della Lega quarantenne è cosa fare da grande.

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