La strategia dell’insulto e la fine della politica

Alla fine degli anni Ottanta, durante una puntata del seguitissimo “Maurizio Costanzo show”, accadde una cosa incredibile che segnò l’esplosione mediatica di Vittorio Sgarbi.

Tra i vari ospiti della trasmissione c’era una professoressa di liceo che aveva scritto un libro di poesie e durante la lettura dei versi - oggettivamente noiosi, retorici e ridondanti - Sgarbi aveva iniziato a dare evidenti segni di malessere. A quel punto, il simpaticissimo Raimondo Vianello, con una punta di malizia velenosa, si rivolse a Costanzo ammiccando: «Secondo me, non ha molto apprezzato…» e infatti Sgarbi, con il suo proverbiale tatto, iniziò a demolire linguaggio, vocabolario, metrica e struttura della poesia della povera professoressa che, travolta da quella grandinata, cercò all’inizio di replicare in qualche modo, ma alla fine, in pieno stato confusionale, perse le staffe e disse: «Lei è un asino». E Sgarbi, con uno scatto serpentesco, urlò nel microfono: «E lei è una stronza!». Ci fu un attimo di silenzio, un silenzio assoluto, un silenzio immoto, un silenzio di neve. Poi, al teatro Parioli si scatenò l’inferno. Urla, ululati, risate, sghignazzate, fischi, pernacchie, gatti morti, con la professoressa paonazza, Costanzo che le faceva il baciamano, Vianello che sorrideva sotto i baffi, Sgarbi che mulinava il ciuffo. Un macello. Un caos assoluto. Un circo. Era nata la televisione spazzatura.

Ora, al netto che Sgarbi nonostante i suoi mostruosi difetti era - ed è - un uomo di formidabile cultura e scrittura, divulgatore affascinante e magnetico se ce n’è uno e che quindi non può essere ridotto al solo turpiloquio, passati quasi quarant’anni si deve ammettere senza alcun dubbio che ha sdoganato un modello di comunicazione e di aggressione fisica, plastica, antropologica dell’avversario che ha fatto scuola. E che è passata pari pari – eccoci al punto - anche nell’agone politico. Ne è dimostrazione l’intemerata dei giorni scorsi del presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, che a margine della manifestazione degli amministratori del Sud contro la riforma dell’Autonomia promossa dal governo ha spedito al premier lo stesso identico epiteto rivolto a suo tempo da Sgarbi alla poetessa. Pure qui è scoppiato il finimondo, anche perché questo episodio passerà agli archivi come il momento più basso - per ora - del confronto pubblico tra le parti.

Ma non è certo una novità. Né tanto meno una sorpresa, per quanto stavolta - giusto per stare in argomento – De Luca l’ha fatta oggettivamente fuori dal vaso. L’insulto volgare, stravolgare, volgarissimo, la macchiettizzazione dell’avversario, il vocabolario da osteria o da caserma è stato sdoganato da tanto, tantissimo tempo - sostanzialmente dalla caduta della prima repubblica - tanto è vero che pure Berlusconi, fuoriclasse dei tempi nuovi, aveva detto in campagna elettorale che chi votava la sinistra era «un coglione» e che Grillo, fuoriclasse dei tempi nuovissimi, ha basato la tumultuosa nascita e il clamoroso successo dei 5Stelle sul raffinatissimo slogan «Vaffanculo!». Senza dimenticare le battutacce sessiste di Salvini alla Boldrini e alla Fornero, il “celodurismo” di Bossi, l’etichetta di “zoccole” alle ministre di centrodestra da parte dell’intellighenzia progressista e le reciproche accuse di fascismo e di comunismo, di assassini e di killer, di razzisti e pedofili e di amici dei negri e degli spacciatori che si scambiano da decenni destra e sinistra, oltre a mille altri episodi grandi e piccini - vogliamo parlare del mitico sindaco di Terni? - che se ci mettessimo a farne la lista completa non basterebbero quattro pagine.

De Luca, oltre che battutista salace, è furbo come il demonio - caratteristiche piuttosto rare in un partito di professorini e di tromboni come il Pd - e quindi la cosa non gli è certo scappata di bocca. Lui sa perfettamente che, per quanto siamo davvero ai limiti del vilipendio istituzionale, il suo sfregio funziona, scatena gli spiriti animali della folla, la raggruma attorno a sé contro l’altro, contro l’altra, contro la cattiva, contro il Potere. Un esercizio di leadership, comunque lo si voglia giudicare. E lui leader lo è di certo, altro che la Schlein e le sue supercazzole sui massimi sistemi. È un attacco che la Meloni - che ai tempi dell’opposizione ne ha dette di tutti i colori agli avversari - probabilmente non si aspettava e che probabilmente l’ha pure spiazzata.

D’altronde non poteva che finire così. Nel momento in cui i capi dei partiti rinunciano a guidare il popolo, ma invece si fanno guidare, lo blandiscono invece di formarlo, prendono per buona qualsiasi idea o pulsione esprima invece che sostenere le proprie convinzioni a dispetto della convenienza di breve periodo, nel momento in cui il sondaggismo e la campagna elettorale permanente diventa la loro unica cultura, la loro unica visione del mondo era inevitabile che saremmo arrivati a questo punto. E fa sorridere lo scandalo che menano i media per l’intemerata di De Luca, quando da decenni ci propinano su ogni giornale, ogni social, ogni talk show certe scene da lotta nel fango, certi linguaggi da fogna di Calcutta, certi insulti lombrosiani che farebbero meglio a starsene zitti e a sotterrarsi.

Il grande inganno, la grande truffa, la grande porcata è aver pensato che la pietra filosofale fosse dare sempre ragione al popolo, vedere solo lì dentro, nella massa, nel popolo bue, nel bue senza testa, nel borborigmo da fiaschetteria, nel tifo da stadio il centro dell’universo perché allora poi ci si deve adattare al suo linguaggio, al suo pensierino semplice, semplicista e semplificatorio, alla sua ignoranza, alla sua arroganza, alla sua incontinenza, alla sua violenza. Una suburra. Una curva nord. Un bassofondo. Un avanspettacolo felliniano nel quale la politica, o quel che ne rimane, si consegna a sua insaputa al suo capestro. Perché per quanto tu possa essere volgare, cialtrone e populista, ci sarà sempre qualcuno più volgare, più cialtrone e più populista di te. Memento.

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