Ma anche il Covid
si perde nel tempo

All’inizio del capitolo 37 dei “Promessi Sposi” - uno dei passaggi chiave del capolavoro più bistrattato della letteratura europea - il violento temporale che accompagna i passi di Renzo è descritto come una pioggia purificatrice che spazza via la peste.

Il contagio è sconfitto, l’epidemia inizia ad arretrare e gli uomini, i poveri uomini, i deboli e ottusi e inermi e impotenti uomini sballottati qua e là dalle onde della storia e del destino e senza altre risorse dell’aggrapparsi al sottilissimo filo rosso della Provvidenza - tema dirimente al quale il giansenista Manzoni ha dedicato pagine memorabili - tornano a vivere. A fare i conti con gli affanni e le infinite miserie della quotidianità. C’è chi ce l’ha fatta e chi no, chi ha sofferto tanto e chi meno, chi ha cambiato vita, chi si è addirittura arricchito. C’è chi è morto da stupido, come quell’imbecille di don Ferrante, il quale, convinto che gli elementi del mondo fossero soltanto “sostanza o accidente” e non essendo la peste né l’una né l’altra, non aveva preso alcuna precauzione, ovviamente si era ammalato ed era poi spirato nel suo letto, “come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”. La vita, come sempre, va avanti.

Quante sciagure, quante disgrazie, quante catastrofi, quante piramidi di dolore, morte e ingiustizia ha dovuto affrontare l’umanità da quando è apparsa sulla faccia della terra? Una sequela infinita, una più grave dell’altra, una più devastante dell’altra, una più tombale dell’altra: guerre, stermini, malattie, stragi, disastri, invasioni, inondazioni, siccità, terremoti, lager, gulag e tutto il resto che volete voi. La scelta non manca. E migliaia e milioni e centinaia di milioni di morti, uno dietro l’altro, senza fine. Eppure, giusto un attimo dopo la conclusione dell’ennesima tragedia, e in attesa della prossima, tutto torna a procedere come prima, come se non fosse mai successo niente. Non è così, forse?

E allora, cosa c’è di nuovo nell’annuncio ufficiale della fine del Covid appena diramato dall’Oms? E che cosa sono in fondo - di fronte alla vastità della storia - venti milioni di vittime? Visto che siamo otto miliardi, non è forse solo un miserrimo 0,3%? E quindi? Per quanto paradossale possa apparire, visto quanto abbiamo sofferto in questi tre anni, quanti lutti abbiano colpito le nostre città e come sia stato distrutto parte del tessuto economico mondiale - solo una parte, un’altra non se ne è manco accorta, un’altra ancora ha fatto profitti formidabili… - il senso di straniamento che abbiamo tutti provato dopo la comunicazione del cessato pericolo è l’unica verità: ah sì, il Covid… ah già, una volta c’era il Covid… scusate, il Covid chi?

Si può pensare tutto il male possibile degli esseri umani, ma questa loro capacità innata di buttarsi le cose dietro le spalle, di rimuovere le tragedie, di disinteressarsene, di abituarsene - a tutto si abitua quel vigliacco che è l’uomo, diceva Dostoevskij - è qualcosa di innato, di genetico, oltre che di culturale. E’ l’unico modo per sopravvivere alle nequizie dell’esistenza. Chi ha la forza di caricarsi sulle spalle tutto il male del mondo? Nessuno. Nessuno può farlo, nessuno può riuscirci, neppure la persona migliore sulla terra, neppure il povero Gesù poteva guarire tutti gli storpi della Galilea, forse pure lui sentiva su di sé tutta l’impotenza dell’essere anche un uomo. E allora l’uomo rimuove e dimentica e passa oltre perché c’è un limite al suo essere empatico e solidale, tutto è troppo per la sua testolina confusa e il suo cuore affranto, la continua ossessione per la stessa identica tragica notizia – la guerra la guerra la guerra, i bimbi morti i bimbi morti i bimbi morti, il Covid il Covid il Covid - porta giorno dopo giorno a una saturazione incomprimibile che a un certo punto esplode e che nelle persone - e nelle redazioni dei giornali - segna la “morte” di una notizia: “Ancora le torri gemelle? Ancora l’Ucraina? Ancora il Covid? Uff, che palle…”.

Se non è morto un tuo caro, se non hai perso qualcuno di importante, se il coronavirus non ti ha toccato o lo ha fatto solo di striscio e non hai perso il lavoro eccetera, prima o poi, molto prima che poi, a dir la verità, lo elimini dalla memoria. E di quella cosa non rimane niente. Neppure l’insegnamento. E tutti i buoni propositi a esso collegati si rivelano impotenti. Perché per quanto possano essere stati duri quegli anni di clausura e di isolamento e di soffocante claustrofobia sociale e per quanto ci si sia promessi che questa sarebbe stata una grande lezione, una suprema pedagogia e che una volta usciti dal tunnel si avrebbe fatto tesoro di quella lezione, si sarebbe vissuto ogni giorno della vita come un dono, dando il meglio di sé e cambiato il proprio stile di vita e abbandonato le meschinità e le miserie e i piccoli pensieri velenosi e bla bla bla, appena un secondo dopo dall’uscita dagli inferi gli esseri umani si rimettono a fare le stesse identiche cose di prima e a tramare e a brigare e a trescare e a diffamare. E dopo un altro secondo dalla grande tragedia che ci avrebbe cambiato per sempre arriva - inesorabile - il tedio a tessere la sua tela, a innaffiare il suo muschio melmoso e se anche il giorno dopo apparisse il grande scienziato a regalarci il vaccino che preverrà tutte le malattie del mondo e quello successivo scendesse sulla terra il buon Dio in persona a dispensare gioia, carezze e, soprattutto, perdono, dopo due ore saremmo capaci di farci venire a noia pure loro. Perché è questa la pasta di cui siamo fatti.

Non ci sono lezioni né testimonianze né eredità spirituali del tragico triennio del Covid. Ora ce ne dimenticheremo - per fortuna - ne rideremo e lo esorcizzeremo con un post o con un reel, in attesa della prossima tragedia, che sembrerà quella più terribile e definitiva e che però, pure lei, durerà lo spazio di un mattino, un piccolo insignificante istante dentro il carro cigolante della storia e lo scopo misterioso dell’universo.

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