Domenica 01 Luglio 2012

Quell'italia
perdente
nascosta
dietro i gol

 In una scena memorabile di "Pane e cioccolata",  l'immigrato Giovanni Garofoli, interpretato da un dolentissimo Nino Manfredi, compie un ultimo disperato tentativo per integrarsi nella Svizzera xenofoba e occhiuta degli anni Settanta tingendosi di biondo, spacciandosi per svizzero e insultando i calciatori italiani assieme a tutti gli altri commensali in un bar dove viene trasmessa Inghilterra-Italia.
Solo che al gol di Capello (quello celebre del 14 novembre 1973 a Wembley, su cross dalla fascia destra di Chinaglia) non riesce a trattenersi e urla la sua goia irrefrenabile, il suo sfogo di rivalsa contro i nordici ricchi, biondi e potenti che da anni lo respingono e lo umiliano.
Sono passati quarant'anni e siamo ancora lì: il calcio come nostro unico strumento di vendetta sui padroni del vapore. Che pena. La lettura dei servizi e dei commenti di tanti giornali, giornaletti e giornaloni dopo la meritatissima vittoria degli azzurri sulla Germania è stata un'esperienza desolante. E vaffanMerkel di qua e mettiti 'sto spread di là e beccatevi queste due pizze di giù e culona torna a casa tua di su e via andare con il più trito florilegio di luoghi comuni a mezza via tra la rissa da bar e la letteratura da stazione sul cuore della piccola grande Italia e sull'arroganza dei perfidi teutonici e sull'orgoglio mai domo degli umiliati e offesi che a noi però più ci attaccano e più ci ribelliamo perché d'altra parte, signora mia, si sa che gli italiani danno il meglio di sé solo quando sono sul ciglio del burrone e noi genio e sregolatezza e noi croce e delizia e noi anarchici creativi e bla bla bla in una cascata di melassa patriottarda che ha colto il suo culmine nella santificazione per decreto di Mario Balotelli, sulla quale hanno ieri giustamente ironizzato Vittorio Feltri e Michele Serra.
Insomma, fino a due secondi fa era un buzzurro, un teppista, uno a cui ululare appena entrava in campo a compiere le sue rare meraviglie e le sue molteplici sciocchezze perché qui da noi "non esistono neri italiani" e adesso - son bastati due golletti - è diventato un santo, uno scienziato, un navigatore. La pratica immigrazione risolta a furor di popolo da un centravanti. Ma che paese siamo?
Questa è una cultura da perdenti. Solo i popoli - e gli Stati - di serie B si attaccano al calcio, o allo sport in genere, per sublimare o nascondere le proprie pochezze, i propri errori, le proprie meschinità. Lo sport è sport. Punto e basta. Meravigliosa, spietata, inimitabile scuola di vita che racchiude dentro di sé tutta la gamma delle emozioni fondanti di un essere umano - chiunque lo abbia praticato a livello agonistico lo sa - che però non può diventare la scorciatoia per risolvere problemi di tutt'altra natura.
Questa risibile, oltre che infantile, pretesa di traslare sulla Merkel la responsabilità dei nostri guai e oggi sbracare sui giornali per averla sconfitta agli Europei è una bugia che diciamo innanzitutto a noi stessi. Il nostro mostruoso debito pubblico lo abbiamo creato noi, la nostra tassazione record l'abbiamo decisa noi, il nostro Stato incapace, parassitario e sanguisuga ce lo siamo costruito noi, la nostra evasione fiscale da Sudamerica la pratichiamo noi, la nostra ridicola classe di governanti che in questi ultimi vent'anni ci ha portati al disastro l'abbiamo votata noi.
I tedeschi - che invece nel frattempo hanno tagliato, innovato, pianificato, investito - non c'entrano niente. Così come gli inglesi, i francesi e tutti gli altri. È questa la vera partita dove dovremmo suonarle alla Merkel e dove invece continuiamo a prenderle, altro che le perle di SuperMario.
Sarebbe ora che i nostri pseudo-statisti e i nostri trombonissimi commentatori riuscissero finalmente a uscire dalla condizione di subalternità culturale che ci inchioda da mille secoli all'inscalfibile ruolo degli spaghettari scansafatiche pianisti da crociera baffo nero mandolino e che però come giochiamo a pallone noi e come si mangia bene dalle nostre parti e trovate un italiano che di tedesche non ne abbia sedotte a dozzine tra Riccione e la Costa Brava e tutto il resto degli stereotipi da sciampista alla macchinetta del caffè che abbiamo sentito in questi giorni ma che in verità sentiamo da tutta la vita.
In una pagina indimenticabile raccolta nel Meridiano a lui dedicato, Italo Calvino - che era di Sanremo e che da giovane aveva vissuto le classiche estati dell'italiano predatore di straniere in vacanza - ricordava di quanto lui e i suoi compagni di stravizi sghignazzassero dei tedeschi al mare, dei loro sandali, dei loro calzini corti, delle camicie a quadrettoni, di quei baffi, di quelle pelli biancastre, di quelle diete assurde wurstel e crauti, insomma, di loro così ridicoli e spaesati sulle spiagge della Riviera.
Eppure, spenta l'ultima risata, gli rimaneva sempre il retrogusto amarissimo, la sensazione che dietro quella facciata da campagnoli venuti giù dalle foreste ci fosse un'etica personale e collettiva, una coscienza del proprio ruolo nel mondo, una serietà di nazione che l'Italia non aveva mai avuto e che neppure negli entusiasmanti anni del boom avrebbe saputo costruire.
Ed è andata così. Anche Calvino, proprio come Manfredi, aveva visto lungo. Siamo ancora tutti qui con i nostri clacson e le nostre bandierine a cercare di convincerci che Davide abbia sconfitto Golia. Il problema è che loro non sono Golia, ma solo una nazione forte e seria. E noi non siamo Davide ma, se andiamo avanti a ragionare in questo modo, solo dei nani.

di Diego Minonzio

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