Lunedì 06 Agosto 2012

Pistorius,
l'uomo
raggiunge
l'aquilone

  Lo chiamano Blade Runner, ora sappiamo perché. Oscar Pistorius ci ha fatto vedere cose che noi umani normodotati non avremmo mai sognato d'immaginare. Lui, in pista, nelle batterie dei 400 metri, coi suoi cheetahs, le gambe d'acciaio, le sue. È partito lento, impacciato come solo con due pezzi di carbonio sotto il ginocchio. E poi lo abbiamo visto accelerare perché è da una vita che sogna di poter rincorrere quell'aquilone, lui, in curva alle Olimpiadi e tutto il resto altrove.
Non più il fenomeno da baraccone, il Frankenstein della tecnologia applicata, l'androide che corre come in un romanzo di Dick. Solo Oscar l'atleta, il resto è polvere.
L'atleta Pistorius è il primo disabile ai Giochi. Ha sbuffato, ha sudato, ha accelerato. Ha guardato il tabellone e ha sorriso. Ha chiuso secondo in batteria in 45”44 col record personale stagionale, il sedicesimo tempo di qualificazione, battuto dal domenicano Santos e dall'emozione.
Purtroppo non gli è bastata la prestazione di ieri sera per andare in finale. Ma la sua Olimpiade, e anche la nostra, Pistorius l'ha già vinta, come spiegava al piccolo Alessandro di Boltiere, nell'ottobre 2008, a Bergamo Scienze.
«Sono amputato come te, che sport posso fare?», gli chiese il bimbo in un sussurro. Risposta: «Quello che vuoi, prova e scegli. L'importante è che ce la metti tutta».
Per abbattere il muro e correre ai Giochi Pistorius ce la mette tutta dal 2004, dal primo oro alle Paralimpiadi di Atene, collezionando medaglie coi disabili (tre ori a Pechino) e rifiuti dalla Iaaf, i soloni dell'atletica internazionale. Troppo vincente, quel tuo handicap, troppo vantaggiose le tue protesi, lo dicono anche gli studi. E poi come la mettiamo con il confine tra natura e scienza e con la filosofia, l'etica, l'antropologia?
Ma il cocciuto Pistorius, la «cosa più veloce senza gambe», ha insistito, lui che le prime protesi se l'è costruite da solo e che un giorno, ragazzino, si ritrovò in camera un pungiball, regalo del padre che lo aveva visto spintonato a terra da due bulletti. Devi cavartela sempre da solo e Pistorius ha cominciato a colpire il pungiball del pregiudizio. Ha mancato Pechino, ha centrato i Mondiali di Daegu, ha continuato a pensare alle Olimpiadi.
Perché solo le Olimpiadi, da Owens alle judoka saudite, spostano avanti la storia, riscrivono fisiologia e antropologia, sgretolano i muri nell'anima, danno un nuovo senso alla parola «normalità».
Solo le Olimpiadi ti possono togliere quell'etichetta di «cosa veloce» e restituirti atleta, anche se su quelle cheetas che sembrano esplosive lasci centesimi di secondo sui blocchi e speranze più alte. «Oscar, sei un uomo bionico?», gli hanno chiesto un giorno. No, «solo un uomo», ha risposto Pistorius. Da ieri è un uomo più vicino al suo aquilone, e noi con lui.

Simone Pesce

© riproduzione riservata

Tags