Martedì 28 Agosto 2012

Imprese
comasche
Un autunno
gelido

  E' l'incubo peggiore per chiunque. Rientrare dalle ferie e ritrovarsi senza lavoro. È toccato ai venticinque dipendenti della Filati Ma-Vi di Albate cui la proprietà ha comunicato la decisione di chiudere i battenti causa crisi.
Purtroppo, anche se senza cedere alla tentazione di assumere le vesti di facili Cassandre, potrebbe non essere un caso isolato.
La debolezza finanziaria con cui devono fare i conti da mesi molte piccole e medie aziende, potrebbe trasformarsi in male incurabile ai primi freddi d'autunno. Anche il senso del dovere e la lealtà che molti imprenditori hanno nei confronti dei loro dipendenti, potrebbe non bastare a tenere le serrande alzate.
Trovare motivi di ottimismo non è facile in questo momento. Gli stessi addetti ai lavori, dagli imprenditori ai sindacati, non si sbilanciano più di tanto nelle previsioni per l'autunno. Le dinamiche dei mercati, sotto la spinta della crisi finanziaria che avvolge l'Europa, cambiano scenario di giorno in giorno. I dati che stanno elaborando in questi giorni gli uffici studi delle associazioni di categoria, confermano un preoccupante rallentamento dell'export comasco. Male il metalmeccanico e il legno-arredo. Anche il tessile ha frenato la corsa. Eppure nei primi tre mesi del 2012 le esportazioni di tessuti erano aumentate del +4,7%, quello dei filati dell'8,2%. Basterà a compensare i segnali di frenata dei consumi in tutto il Vecchio Continente, Germania inclusa, che stanno arrivando in queste settimane? Basterà ad alcuni, non a tutti. Oggi, secondo i dati del sindacato, abbiamo oltre 2.000 lavoratori che fanno i conti con la cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione o crisi grave. Altri cinquemila lavorano a ritmi ridotti perché le loro aziende fanno ricorso alla cassa ordinaria per gestire i periodi di scarico ordini.
Generalizzare sarebbe sbagliato e ingeneroso. Malgrado la navigazione nei mari procellosi di questa crisi risulti giorno dopo giorno più insidiosa, il fatto di essere impegnati ormai da tre anni nella fatica di restare a galla ha reso gran parte degli imprenditori comaschi meno sprovveduti. Le aziende, quelle che nel frattempo hanno messo seriamente mano alle ristrutturazioni (non senza sacrifici, è vero, all'occupazione) per aumentare produttività ed eliminare gli sprechi, si muovono con maggiore sicurezza all'estero, unica strada per garantire un sussulto del fatturato di fronte all'asfittica domanda interna. L'Italia, ormai è chiaro a tutti, è in piena recessione - dei consumi in primis - e non ci sono segnali di cambiamento.
Andare all'estero tuttavia non è per tutti.
Il vero punto debole restano le micro imprese manifatturiere, che anche a Como sono la spina dorsale dell'economia. Il 90% è, spesso per sua natura, legato al mercato nazionale. Fra queste, solo una percentuale intorno al 10% è dato da aziende performanti che all'estero ci vanno direttamente o agganciate a grossi clienti che esportano. Le altre sono pancia a terra, con fatica, sconforto e sacrifici.
L'errore fatale, in questo momento, sarebbe abbandonarsi allo sconforto così come il silenzio di chi, istituzioni o sindacati, associazioni di categoria, dovrebbe invece dettare con convinzione la linea, mettere in campo azioni di sostegno. Insomma far sentire meno solo chi oggi combatte in trincea. Che poi siamo un po' tutti.

di Elvira Conca

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