Domenica 27 Marzo 2011

Elegante e fatale a tutti i costi
La signora si mette in vetrina

di Alberto Longatti

Se volessimo dare alla mostra sulla Belle Époque (in corso a Villa Olmo di Como fino al 24 luglio, ndr), dove i ritratti femminili prevalgono nettamente sulle vedute di una Parigi festaiola a cavallo fra i due secoli, un significato più storico che d'arte, saremmo tentati di puntare sui prodromi dell'emancipazione femminile. Difatti proprio allora si moltiplicavano le "suffragette", ovvero si manifestava per il diritto di voto alle donne, Colette pubblicava i primi romanzi (la saga di Claudine) dove si profilava una mascolinizzazione sessuale quantomeno nei comportamenti. C'è anche nella mostra a Villa Olmo almeno un dipinto che potrebbe rafforzare questa tesi «dalla parte di lei», quello di Vittorio Corcos, "Sogni" (1896) che proietta in primo piano una giovane su una panchina con il viso sorretto da un braccio, intenta certo a sognare. Ma che cosa? Certo, considerando la serietà e la fermezza dell'atteggiamento, i suoi sono sogni di un futuro da padroneggiare scientemente, come lasciano intuire i libri appoggiati accanto a sé, assieme all'ombrellino. Potrebbe essere una dichiarazione d'intenti liberatori, tipo «sarò padrona del mio destino»: un'interpretazione sorretta dalla notizia che la modella del dipinto era Elena Vecchi, figlia del volitivo e avventuristico scrittore marinaro Jack La Bolina (pseudonimo di Augusto Vittorio Vecchi), a sua volta figlio di un coraggioso garibaldino.
Ma lasciamo i fermenti del femminismo in margine alla rievocazione storica e puntiamo invece lo sguardo allo scenario mondano che emerge dalla maggior parte dei quadri. Popolato da tante donne, signore e signorine, fra salotti e caffè, galoppatoi e sale da ballo, sole o accompagnate da baffuti, impettiti e certo galanti gentiluomini, intente a farsi ammirare. La loro mira, è evidente, non è una carriera autonoma in un mondo dove il capofamiglia è solo di genere maschile, ma la seduzione. Solo il matrimonio può garantire una buona posizione sociale. Dunque, occorre essere all'altezza nell'eterna esibizione di sé, porsi in vetrina. Belle, fragranti, civettuole, eleganti in abiti che, grazie all'abilità di stilisti come Paul Poiret, che relegano in soffitta le torturanti, goffe gonne a mongolfiera, riescono a valorizzare la forma ad anfora del corpo senza ostentarlo. Anzi, quegli abiti che fasciano il busto e calano fino a terra le gonne, sono attraenti perché rivelano qual tanto che basta, spingendosi un po' oltre lo schermo del pudore solo nelle ampie scollature. E quando si sciolgono lacci e stringhe, nel segreto dei boudoir, la nudità che appare è una rivelazione: per i compagni di una vita, o anche solo per una notte di passione, è una promessa mantenuta. Così i nudi appaiono nei dipinti fra le immagini di dame vestite, vestitissime, con lo sfolgorìo di carni vellutate, che l'artista sembra accarezzare con il pennello. Un erotismo intimo, sottilmente delibato, una sensualità naturale che talvolta si direbbe dovuta all'occasione dell'igiene personale, lontana da  occhi indiscreti. Questione di livelli sociali. La nudità è un fatto privato per le maritande, può diventare, con moderazione, un mezzo pubblico di attrazione a teatro dove signoreggiano le Otero, Lina Cavalieri, Sarah Bernhardt e può invece offrirsi in vendita nelle case di prostituzione che mai come allora divennero un lucroso affare. Alle donne perbene, a prescindere dagli amanti che magari si concedono a matrimonio assicurato, giova invece servirsi dei vezzi leciti nel gioco ammaliante della lusinga amorosa. Desiderabili sempre e dovunque, tenendo a prudente distanza gli ammiratori. Nell'esaltazione della bellezza muliebre Giovanni Boldini si guadagna un posto di primo piano. Dopo aver sperimentato, come gli altri artisti italiani trasferitisi nella Villa Lumière per apprendere i segreti della tecnica impressionistica, la vibrazione dei colori impastati con la luce, finisce con l'adottare un metodo tutto suo di composizione. Scartata la frammentazione in "macchie" tonali della realtà rappresentata sulla tela, come aveva appreso negli anni della scuola toscana, scatta in lui il bisogno del dinamismo visuale, della velocità anche di esecuzione, in definitiva del disequilibrio delle figure, valendosi di un fitto tratteggio scatenato in più direzioni.
Un espediente derivato anche dal bisogno di movimentare la staticità propria dei ritratti di personaggi in posa, dei quali non tenta nemmeno di esplorare la psicologia. Quelle che presenta su sfondi salottieri, animate da trionfali accensioni cromatiche, sono dive paghe della loro venustà, rigogliosi fiori di serra, armoniose farfalle palpitanti di vita. Destinate al successo. Ma aveva ragione Gertrude Stein, la scrittrice americana esperta collezionista e picassiana "doc", nell'indicare la sua importanza come pittore «nell'aver semplificato per primo la linea e i piani» compositivi, insistendo sulla loro divergenza e quindi scompaginandone l'ordine tradizionale. I detrattori affermano che si tratta dell'abilità effettistica di un mestierante modaiolo. Certo, la sua enorme produzione ha momenti di stanchezza e non pochi eccessi. Ma è grazie al suo occhio emozionato di cupido donnaiolo che oggi comprendiamo meglio lo spirito godereccio di un'età che s'illudeva di essere felice, magnificando il fascino femminile in tutta la sua potenzialità espressiva. «Certe arie del suo volto condensavano la poesia di un giardino, d'una tragedia, d'una fiaba» dice il D'Annunzio di una delle più celebri bellezze del tempo, la marchesa Casati, in "Forse che sì, forse che no". Non una donna qualunque, ma la Donna.

b.faverio

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