Lunedì 23 Marzo 2009

Scheletri, fantasmi e misteri
Il giallo dei cadaveri senza nome

COMO - Cadaveri senza pace e senza giustizia, vite spezzate e sospese, e sullo sfondo sempre il fantasma dello stesso serial killer che da una decina d’anni si aggira tra le pagine di troppe inchieste rimaste incompiute. In mezzo ai 126 cadaveri che giacciono anonimi negli obitori, negli istituti di medicina legale e nei cimiteri lombardi («casi penosi che vanno risolti», ha dettato sabato il presidente della Regione Formigoni), tre restano tuttora legati in modo indissolubile al mistero dei killer (o del killer) responsabili degli omicidi di almeno cinque giovani donne massacrate tra le province di Como e Lecco negli ultimi 12 anni. Il triste elenco inizia nel settembre del 1996, quando in un bosco di Villa Guardia viene trovato il cadavere sventrato di una ragazza dell’est incinta. Le indagini portano al racket della strada, si concentrano su un boss albanese detenuto per fatti di sangue, ma poi evaporano per mancanza di indizi. Cinque anni dopo, nel dicembre del 2001, un cadavere in avanzato stato di decomposizione viene rinvenuto durante i lavori di ampliamento del cimitero di Tavernerio, in via Urago: i resti di una donna - anche lei mai più identificata, capelli rossi, età tra i 35 e i 45 anni - erano stati avvolti nel cellophane prima della spartana sepoltura. Un delitto perfetto, tanto da non aver mai indirizzato gli inquirenti verso un ambiente, meno che mai verso un profilo, se non quello di un criminale psicopatico. Il 4 febbraio 2003 ad Anzano il netturbino del paese trova un cadavere di colore dentro un sacco nero. Appartiene a Malik Gyft Essuwa, prostituta nigeriana di vent’anni, seminuda, senza documenti. Delitto risolto dai carabinieri nove giorni dopo: l’assassino è un piastrellista 25enne al di sopra di ogni sospetto, che viene condannato a 16 anni di reclusione, ma i delitti continuano. Il 23 gennaio 2004 in un bosco lungo la strada per Onno, a Valbrona, un residente si imbatte in uno scheletro chiuso in un sacco dell’immondizia, mani e piedi legati con nastro adesivo. Addosso, uno Swatch e abiti femminili di qualità. Nel luglio 2005 tocca a Helena Osakue, nigeriana, trovata morta nei boschi tra Mozzate e Gorla. In manette un manovale pachistano ventiquattrenne, Sohail Aslam. Condanna a 20 anni in primo grado, lieve sconto in appello, ma subito dopo, nello stesso bosco, spuntano i resti di Nadia Ridolfo, 32 anni di Rescaldina, scomparsa da mesi. Una sola certezza: non è stato il pachistano. L’incubo ritorna nell’ottobre del 2006, identico. Massacrata a mani nude, pugni al volto sferrati da un uomo robusto e brutale: la vittima sul ciglio della Briantea, a Orsenigo, è Evelin Agharewa, prostituta nigeriana. Le indagini partono subito ma subito tornano, rimanendovi forse per sempre, alla casella zero, quella dove vince il serial killer. Forse lo stesso responsabile della morte di Luminita Dan e Ionela Dragan, croci (agosto 2007) nei boschi lecchesi di Morterone. Le indagini, per ora, sono ferme. Fino al prossimo cadavere, magari senza nome.

s.ferrari

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