Cantù, gli anni d’oro di Recalcati
«L’orologio di Bouie ma non solo»

Il Charlie ripercorre le stagioni della sua prima esperienza da allenatore in biancoblù

Dieci partite allenate nel 2017, il tempo di prendere in mano una squadra con l’acqua alla gola e di condurla alla salvezza. Per poi finire comunque ai ferri corti con patron Gerasimenko e consumare la più amara delle separazioni. Quella è stata l’ultima volta ufficiale di Carlo Recalcati alla guida della Pallacanestro Cantù, ma l’associazione di idee tra il Charlie allenatore e il club brianzolo è innanzitutto quella che riporta alla seconda metà degli Anni Ottanta: 271 panchine, di cui 210 di campionato, 36 di coppe europee e 25 di Coppa Italia. Terzo per “presenze” assolute, alle spalle di Pino Sacripanti (384) e di Arnaldo Taurisano (346).

La bellezza di quattro semifinali scudetto senza mai arrivare a giocarsi le gare per il titolo. Rimpianti?

Direi di no, anche se le prime due, entrambe contro Caserta, alla vigilia pensavo che fossero alla nostra portata. Ma i giovanissimi Gentile ed Esposito, oltre al “solito” Oscar, trascinarono l’allora Mobilgirgi. E devo ammetterlo, non rubarono nulla. Perdemmo 2-0 anche le due serie successive contro Milano e Varese, segno evidente che meritavano più loro di noi.

Lei venne chiamato dalla famiglia Allievi all’indomani del lungo periodo di vacche grasse a Cantù.

Il grande periodo vincente del club era terminato un paio di anni prima e la società aveva avviato un periodo di transizione anche alla luce di un certo ridimensionamento del budget.

Pronti via, e non partì benissimo.

Non andammo oltre i quarti di finale ma quella mia prima stagione fu contrassegnata dalla “vicenda” Brewer e dal gravissimo infortunio al ginocchio occorso a Riva.

Ci racconta un po’ della scelta degli stranieri di quel periodo?

Brewer l’avevamo già in casa dalla stagione precedente e allora pensai a un “4” che si potesse combinare con Bosa.

Ecco dunque l’ingaggio di Richard Anderson, “pro” a Denver.

In realtà, lui andò meglio l’anno successivo affiancato a un lungo atletico quale Dan Gay.

A proposito di Gay.

Lo seguivo da tempo, ma non fidandomi dei dati ufficiali della sua ultima stagione a Rieti in A2, che ritenevo oltremodo gonfiati, feci lavoro di scouting andandomi a rivedere tutte le sue partite. E realizzai che quelle statistiche erano davvero reali. E così sollecitai il gm Morbelli a firmarlo.

Senza passare da Allievi?

Il sciur Aldo era in crociera, non rintracciabile. Se poi gli avessimo detto che c’era anche un buyout da pagare affinché Rieti lo liberasse, non l’avremmo mai preso Dan... Morbelli, suo malgrado, acconsentì, ma quando il presidente lo venne a sapere andò su tutte le furie. Per fortuna riuscimmo via via a convincerlo.

L’anno dopo salutaste Anderson.

A una Summer League ad Atlanta conobbi Mike Fratello che mi segnalò Lorenzo Charles, un due metri scarso ma dal gran potenziale. Da noi fece un discreto campionato, ma si pestava un po’ i piedi con Gay e così al termine di quell’annata decidemmo di puntare su un “4” più perimetrale.

E arrivò Jeff Turner.

Uno che si conosceva già bene poiché aveva giocato con il Dream Team l’Olimpiade del ’94. Giocatore di un’intelligenza sopraffina. Con Gay diede vita alla miglior coppia in assoluto sotto canestro. E devo ringraziare Jeff se in seguito prelevammo Mannion, perché fu proprio lui il primo a decantarmi le straordinarie doti di Pace.

Calma, nell’88-89, accanto a Turner giocò Kent Benson: il secondo giocatore, ex prima scelta assoluta della Nba, a sbarcare in Italia.

Gran presa, fortissimo, uno scienziato della pallacanestro, ma si infortunò al ginocchio già in precampionato a Marostica. Quando venne operato, diverso tempo dopo, lo sostituimmo con Greg Stokes che però in Coppa Korac non poteva giocare.

Eppure faceste fuori Milano nella semifinale europea.

Sì, pur con uno solo straniero. Nel frattempo, dagli Stati Uniti, Benson ci contattò dicendo che sarebbe tornato per giocare la finale con il Partizan.

In effetti, fu epico il suo duello nel match dell’andata contro Divac...

Una delle sfide più belle e selvagge alle quali abbia mai assistito. Il problema era che Benson era a corto di condizione e nel retour match a Belgrado, Divac lo annientò fisicamente. E noi ci dovemmo inchinare. La Korac la vinsero gli slavi.

Ed eccoci al 1989-90, a Mannion..

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La cessione di Riva a Milano comportò una rivoluzione nella squadra. E io volevo cambiare la tipologia di americano da prendere perché non intendevo sostituire Antonello con un pari ruolo perché chiunque fosse arrivato, nell’immaginario collettivo non avrebbe mai potuto competere con lui. Tenuto conto che in regia avevo il ventenne Rossini e un Marzorati che andava per i 38, più che per una guardia tiratrice optai per un esterno che fosse in grado di dare una mano a portar palla. Mannion, appunto. Con Bouie sotto canestro.

Altra eccellente coppia di americani.

Al termine di quella stagione, terminò la sua avventura su quella panchina. Perché?

Fu la società a decidere e me lo comunicò prima di giocare la semifinale con Varese. La sera dell’eliminazione, andando a cena con i giocatori li informai della decisione. Bouie si tolse l’orologio dal polso e me lo regalò quale gesto di stima. E Roosevelt portava orologi assai costosi... E l’anno dopo, quando Cantù vinse la Korac, Mannion ci tenne a farmi avere un suo messaggio veramente commovente.

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