Sacripanti di salvezze se ne intende «Cantù ora ha le basi per fare bene»
Stefano Sarcipanti (a destra) negli anni di Corrado (Foto by Diemme)

Sacripanti di salvezze se ne intende
«Cantù ora ha le basi per fare bene»

Il coach brianzolo fu l’artefice del miracolo del 2000/01 con la squadra targata Corrado

Poche stagioni, ma intense. E tutte concluse bene, con la salvezza raggiunta. A Cantù, lottare per la salvezza non è un’usanza consolidata. Poche volte, negli ultimi 25 anni, la squadra si è trovata invischiata nella lotta per non retrocedere.

La discesa agli inferi si è verificata solo una volta, ormai nella notte dei tempi: era il 1993. Dopo il ritorno in A, sono state non più di quattro-cinque le stagioni in cui la salvezza è arrivata in volata o comunque dopo mille sofferenze. Facile pensare che questo campionato possa inserirsi nella casistica, non fosse altro che la squadra è penultima. Ma, se si guarda al passato, c’è quantomeno il conforto della storia.

La salvezza più incredibile fu quella del 2000/01, nell’immaginario collettivo identificata con il canestro di Ansaloni contro Treviso che mandò Cantù ai supplementari, in una partita poi vinta. La ricorda benissimo Pino Sacripanti, che di quella squadra fu giovanissimo coach, chiamato con un’intuizione geniale da Franco Corrado a guidare la squadra dopo l’esonero di Ciani.

Una stagione che Sacripanti, senza fare confronti con la Cantù di oggi, ricorda come fosse finita ieri. Una stagione in cui al termine dell’andata, l’allora Poliform chiuse ultima con 4 punti. Una retrocessione annunciata, ma sventata: «Fu un’annata storta – dice Sacripanti -, venne a mancare subito un po’ di fiducia. Quando Ciani venne esonerato, dovevo fare il traghettatore per quattro partite, Vinta la quarta… continuai e andò bene». Cosa cambiò? «Responsabilizzammo i giocatori, coinvolgendo due campioni esperti come Riva e Gay, feci pulizia nei giochi proponendone non più di cinque-sei ma eseguiti alla perfezione, inoltre coinvolsi pienamente il play Santangelo e chiesi, ottenendolo, un centro di presenza come Damiao, mentre Thornton, appena capì che lo stavano per tagliare, cambiò decisamente marcia».

Vittorie, fiducia, tutto girò per il verso giusto: «Ci fu una fiducia contagiosa. La gente aveva un po’ mollato, non gli Eagles, con cui si creò un legame fortissimo. C’era piacevolezza nel combattere tutti insieme per un’autentica utopia. Ma la salvezza arrivò, grazie a un girone di ritorno da primi posti».

Senza entrare nel merito, Sacripanti augura che Cantù abbia quella fiducia per raggiungere senza ansia il traguardo della permanenza in A: «C’è un bravo coach, ma ci sarà da combattere. Senza pubblico e con la variabile Covid, la serie A non è per nulla scontata. Però la squadra ora è ben strutturata, si sono create le basi per far bene, a patto di lottare ogni partita».

Altre annate complicate? Ne ricordiamo altre quattro. Due stagioni fa si temeva addirittura la scomparsa di Cantù, ma Brienza regalò una salvezza comoda, con playoff sfiorati. Nel 2016/17 toccò a Recalcati arrivare, vincerne tre e portare Cantù in spiagge sicure. L’anno prima con il trio Corbani-Brienza-Bazarevich, Cantù chiuse a 22 punti, ma a 20 scesero Torino e Virtus Bologna. Per un altro campionato così così bisogna tornare al 2005/06, ancora con Pino in panchina: Cantù vinse ad Avellino, grazie ad un canestro sulla sirena del nuovo acquisto Collins, poi arrivarono punti decisivi contro Reggio Calabria, Livorno e Roseto.


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