«Inter e Como le mie coppe controvoglia, ma che bello»
Gianpiero Marini bandiera nerazzura e allenatore due volte sul Lario: «Non volevo allenare, ma mi convinsero e vinsi due volte (anzi tre)». «Sarò al Sinigaglia. Imparai da Liedholm a far divertire i giocatori»
Gianpiero Marini abita sempre lì. Nella campagna del lodigiano, una casa elegante e rustica al tempo stesso, che trasuda delle sue passioni. Puoi trovarne tracce ovunque, la cultura contadina, la musica, l’arte, la finanza e, ovviamente, il calcio. Una stanza tutta per i ricordi, poster, bacheche, la Coppa Uefa, maglie, fotografie, il disegno del suo gol alla Real Sociedad del 19 settembre 1979, Coppa Uefa. E’ stato una bandiera dell’Inter (11 anni in campo, poi il settore giovanile, i successi da tecnico dei baby, sino alla conquista della Coppa Uefa), ha allenato il Como in due stagioni, una delle quali conquistando la Coppa Italia C, che non sarà stata l’Europa, ma che venne vissuta dalla gente azzurra come fosse l’Intercontinentale. Ultima premessa: fidatevi di noi, che c’eravamo, Marini è stato uno degli allenatori più intelligenti, pratici, arguti e pure spiritosi che abbiamo incontrato. Un piacere reincontrarlo per parlare di Como-Inter. La sua partita.
Segue ancora il calcio?
E come no? E’ stato la mia vita. Sul campo però ci vado solo ad accompagnare i miei nipotini. Basta ruoli.
C’è Como-Inter.
Sarò allo stadio. Ed è difficile immaginare il perché.
Prego.
Un mio amico di Lodi, con ruolo in politica, a un certo punto è diventato tifoso del Como. Immagino sia capitato a molti, visto come gioca. E così mi chiede di accompagnarlo. Ho visto Como-Genoa e Inter-Como.
Giudizio?
In quelle due occasioni il Como non mi è piaciuto, ma credo che siano state due rare occasioni in cui non è stato “Il Como”. A San Siro onestamente è stato anche un po’ presuntuoso, ha preso due o tre imbarcate all’inizio. Però vedo le partite del Como, e adesso fa spavento. Gioca benissimo, mamma mia. Allenatore che sa il fatto suo.
Facciamola subito fuori: chi vince?
Mmmm... Un mese fa forse avrei detto il Como. L’Inter ha pagato l’eliminazione dalla Champions, ho visto Inter-Atalanta e la squadra di Chivu era irriconoscibile. Ecco, avesse incontrato l’Inter in quel momento, avrebbe avuto più chances. Adesso l’Inter si è ripresa, ha recuperato Lautaro. Però non è detto eh. Vediamo.
Che effetto le ha fatto tornare al Sinigaglia dopo tanti anni?
Un effetto strano, perché è cambiato tutto, c’è questa organizzazione monstre, ti accolgono, tutti sorridenti, gentili. Ai miei tempi tutto questo non esisteva, la società non era ricchissima. Si pensava solo al calcio.
Lei ha vinto una Coppa Uefa con l’Inter e una Coppa Italia di serie C con il Como. Imparagonabili, forse, ma per dire che ha vinto da allenatore due volte, seppure con brevi esperienze.
Se è per questo ho conquistato anche la promozione in B con la Cremonese che è stato un mezzo miracolo, la società era in crisi finanziaria e in finale i tifosi del Livorno erano in stragrande maggioranza. Ma vincemmo.
Torniamo alle due coppe con Inter e Como. In cosa si somigliano?
Facile. Che non volevo allenare. Da tempo la mia passione era la finanza. Sin da ragazzo. Quando andai in prestito alla Triestina, cercai di iscrivermi a Economia e Commercio, ma era pieno, e così mi iscrissi a Scienze biologiche. Cosa c’entra? Nulla, infatti mollai presto. Ma la mia passione era l’economia, la finanza, la borsa. In ritiro con l’Inter c’è chi giocava a carte, chi leggeva la Gazzetta, io leggevo Il Sole 24 Ore.
E’ vero che curava gli investimenti dei suoi compagni?
No. Davo consigli se me li chiedevano, ma i risparmi sono una cosa personale. Oriali si fidava e mi chiedeva sempre...
Dunque non voleva allenare.
Nel calcio ero convinto di aver dato tutto, volevo una nuova dimensione. Comunque ero rimasto nel settore giovanile dell’Inter, dove vinsi con Allievi e Primavera, ma non volevo fare la carriera di tecnico.
Invece la chiamarono.
Una sorpresa. Pellegrini doveva sostituire Bagnoli, promossero me. E vincemmo la Uefa. Ma poi mi fermai. Volevo cambiare aria.
E invece arrivò la chiamata di Beltrami per il Como, dopo tre anni.
Mi chiamava tutti i giorni. Quando eravamo all’Inter capitava che mi mandasse a vedere dei giocatori. Si fidava, pensava avessi un’idea calcistica. E così insisti, insisti dissi sì.
Sostituì Scanziani il 31 dicembre 1996.
Non bello, perché ero e sono amico di Scanziani. Eravamo compagni all’Inter. Una bravissima persona. Ci sentimmo, ma lui era comprensibilmente amareggiato, perché era una bandiera a Como.
E vinse la Coppa Italia di C.
Perdemmo 2-0 a Nocera, e vincemmo 4-0 la partita di ritorno, sotto il temporale. In quella partita fummo “ingiocabili”.
Il Como di Zambrotta, Cecconi, Galia.
Zambrotta era un ragazzino. Praticamente lo vendetti io al Bari, perché la società pugliese faceva la corte a Beltrami da mesi ma la firma non arrivava mai. Un giorno il ds del Bari venne a vedere mezzora di partitella, arrivò da me e mi chiese: “Ma secondo lei, Zambrotta può giocare in B da noi?”. E io risposi: “Se fosse per me potrebbe giocare anche in A nella Juve o nell’Inter”. E andò a chiudere l’affare. Cecconi avrebbe potuto fare una carriera di A, ma ogni tanto si assentava. Aveva qualità davvero impressionanti. L’are di rigore era casa sua. Quando arrivai, invece, Galia non aveva più voglia, ma Onesti lo prese da parte, lo motivò, e fece un grande finale di campionato.
Armando Onesti il professore.
L’educatore, direi. Dopo due mesi con lui i giocatori cambiavano modo di rapportarsi, salutavano. La sera dello scudetto con l’Inter andò a piedi da San Siro a casa sua a Tabiano, di notte.
La seconda esperienza a Como non fu altrettanto felice.
Mi chiamò Preziosi, e durai poche giornate. Ma non era aria, c’era confusione, frenesia. Preferisco ricordare la prima esperienza.
Lei è famoso per i soprannomi che dava.
Colpa di Brera.
In che senso?
Io ero soprannominato Pinna d’Oro, e quel nomignolo me lo diede Brera, come l’Abatino per Rivera, Bonimba per Boninsegna, Rombo di Tuono per Riva. essere accostato a tali campioni, in quella galleria di nomignoli, era tanta roba. Cosa voleva dire Pinna d’Oro? Boh, non so esattamente, ma credo che si riferisse al fatto che ero poco appariscente, ma mettevo qualità.
Specie nel tiro.
Questione di postura. Onesti allenava tutti a tirare in continuazione. Devi scegliere se arrivare con la gamba dritta o la gamba piegata, c’è tutta una tecnica. Oggi nel modo di tirare mi somiglia un po’ Calanhoglu. Diciamo che io sono il Calanhoglu dei poveri, va...
Torniamo ai soprannomi.
Il primo che diedi fu a Scanziani perché dormiva coperto dal lenzuolo dalla testa ai piedi, per la paura delle zanzare. E lo chiamavo “mummiologo”. Il più famoso lo diedi a Bergomi. Entrò a 16 anni nello spogliatoio e disse: “Buongiorno, mi dicono di allenarmi con voi”. Aveva baffoni folti e sopracciglia fitte. Di botto dissi: «Piacere. Cavoli, sembri mio zio”. Il fatto è che sentirono anche i miei compagni, e alla partitella, siccome nessuno si ricordava il cognome, tutti cominciarono a chiamarlo “zio” di qua, “zio” di là. Et voilà.
A Como Ungari era “mutante”, Zambrotta “camel”.
Ungari aveva una classe sopraffina, ma ogni tanto staccava la spina e allora lo chiamavo mutante.
Como-Inter in campo?
Ricordo una sconfitta dell’Inter con gol di Lombardi, noi campioni d’Italia . Indossavamo per la prima volta una maglia gialla che poi sparì di botto, mai più indossata per scaramanzia.
Lei ha allenato anche l’Under 21 di serie B per dieci anni. Cosa ne pensa della crisi del calcio italiano?
Semplice. Se il Lecce vince il campionato Primavera, nel 2023, con quasi tutti stranieri, abbiamo un problema. Tutti guardano alle prime squadre, ma io darei un’occhiata anche ai settori giovanili. Cosa si può fare? Se ci sono margini per cambiare i regolamenti, di introdurre norme che facciano giocare italiani, non lo so. Se si può, lo facciano. E poi...
Poi?
Poi bisogna che ci si ricordi che andare ad allenarsi deve essere anche un divertimento, perché da ragazzo il divertirti fa molto. Io non mi ricordo un solo giorno in cui non avessi voglia di andare ad allenarmi. Riccardo Ferri abitava qui di fronte, e la sera, dopo due allenamenti alla Pinetina, citofonava e mi diceva “Malik, dai andiamo a fare footing”. E via per i campi.
Dunque?
Dunque nei settori giovanili serve restituire il divertimento. Se allenano insegnanti di scuola invece che uomini di calcio, poi l’allenamento diventa noioso. Io ho avuto due maestri, in questo. Nils Liedholm a Varese ed Enzo Bearzot alla Nazionale. Tecnica tecnica tecnica. Con Liedholm avanti e indietro a palleggiare a tirare, altro che schemi.
Sempre appassionato di musica?
Vidi Bob Dylan live mentre ero in America con la Nazionale giovanile. Avrò visto 50 concerti, in tutto il mondo. Strimpellavo la chitarra già da giovane. Ogni tanto facevo il concerto in ritiro. Che ridere.
Chiudiamo con un aneddoto.
Mi chiamano pesino dalla Mongolia per avere maglie, figurine, memorabilia. E’ esplosa la moda. Ogni cosa anche la più insignificante è un pezzo da museo. Pensa che Altobelli, che scambiava sempre le maglie a fine partita, ne ha una di Maradona... gialla. Probabilmente l’unica volta che il Napoli giocò con quella maglia. Ora l’ha chiusa in cassetta di sicurezza...
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