Come prevenire la demenza: «Il 45% dei casi si può evitare»
Intervista alla professoressa Cecilia Perin, responsabile dell’Unità Operativa Clinicizzata di Riabilitazione Specialistica delle Gravi Cerebrolesioni agli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza
Lettura 4 min.Como
Oltre 57 milioni di persone convivono con la demenza in tutto il mondo e quasi 10 milioni di persone ricevono una nuova diagnosi ogni anno. La malattia di Alzheimer è la forma più comune di demenza e si stima che rappresenti il 6070% dei casi. L’OMS lancia il messaggio: «fino al 45% dei casi di demenza potrebbero essere evitati o ritardati adottando stili di vita corretti e mettendo in atto semplici interventi preventivi». Ne abbiamo parlato con la professoressa Cecilia Perin, responsabile dell’Unità Operativa Clinicizzata di Riabilitazione Specialistica delle Gravi Cerebrolesioni agli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza.
Professoressa l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato un messaggio importante sul tema delle demenze, sottolineando come fino al 45% dei rischi può essere attribuito a fattori modificabili, è realmente così? «Si, è corretto. Quando si parla di fattori di rischio bisogna sempre tenere presente che alcuni non sono modificabili, come quelli legati alla genetica (esempio essere portatore dell’allele E4 del gene APOE), mentre altri si e sono quelli associati, ad esempio, agli stili di vita. Quello che sappiamo oggi è che seguendo stili di vita sani e mettendo in atto una serie di comportamenti possiamo ritardare l’insorgenza di demenza. Questo non vuol dire che viene eliminato del tutto il rischio di insorgenza, anche perché dobbiamo tenere presente che l’età media si è alzata di molto, ma avere l’opportunità di posticipare questo evento è già qualcosa».
Ma di quanto tempo parliamo? «Anche di 5 – 10 anni, ovviamente tutto dipende dai fattori di rischio di una persona. Se si hanno abitudini di vita poco sane, infatti, al di là della componente genetica, è molto probabile che il rischio di insorgenza si anticipi di molto nel corso della vita. Diverso, invece, se si seguono dei sani comportamenti».
Sappiamo che l’alimentazione ha un ruolo importante anche quando si parla di demenze, ma ci aiuta a capire quali altri aspetti vengono ancora sottovalutati? «L’alimentazione è fondamentale perché sappiamo che l’obesità, il diabete e altre malattie cardiovascolari sono fattori di rischio. Un aspetto ancora oggi sottovalutato è l’importanza di intrattenere relazioni sociali e di utilizzare le facoltà cognitive. La socializzazione è un aspetto importante a tutte le età, ma ancor di più nell’anziano perché l’isolamento è un grande alleato della demenza. Altri aspetti sono quelli sensoriali come ipoacusia e ipovisus».
Una perdita di udito non diagnosticata o non trattata è un importante fattore di rischio per il decadimento cognitivo, ma nonostante questo molte persone sottovalutano gli effetti dell’ipoacusia?«Parliamo di un problema molto comune ma poco corretto, spesso anche per il fatto che magari le prime esperienze con gli apparecchi acustici non sono soddisfacenti e si abbandona il percorso di trattamento. Invece, è importante diagnosticare l’ipoacusia precocemente e mettere in atto tutte le strategie possibili».
Altro fattore di rischio sottovalutato quando si parla di demenza è il fumo, come mai? «Perché lo si associa ad altre malattie, come quelle oncologiche, ma non alla demenza. Il fumo, invece, favorisce l’aterosclerosi, ovvero l’infiammazione cronica delle piccole arterie».
Per quanto riguarda l’uso di integratori, in particolare la vitamina B12 e l’acido folico, cosa ci può dire? «Le evidenze per quanto riguarda la B12 e l’acido folico sono ormai note e sappiamo che l’ipovitaminosi è un fattore di rischio di demenza. Ecco perché è importante conoscere il dosaggio nel sangue e se c’è una carenza prevedere un’integrazione. Lo stesso vale per l’ipotiroidismo che va corretto in quanto è un altro fattore di rischio. Quando arriva un paziente questi esami fanno parte proprio del primo step di screening. La supplementazione in assenza di carenza è una scelta opinabile che però in certi casi può trovare certa consistenza scientifica».
Ci aiuta con un esempio? «Il caso di supplementazione della vitamina di B12 nelle donne oltre i 50 anni, perché a partire da questa età, con l’arrivo della menopausa, si possono inceppare alcuni meccanismi come il malassorbimento che porta a anemizzazione e stanchezza cronica. Quindi, una supplementazione in qualche modo consente che il metabolismo prosegua per il giusto verso».
Prima ci parlava dell’importanza di utilizzare le facoltà cognitive. Qualche consiglio? «Mantenersi attivi, anche fisicamente, è molto importante. Camminare tutti i giorni, ad un passo sostenuto, per almeno 30-40 minuti favorisce la rigenerazione delle cellule del cervello. Fondamentale anche utilizzare la memoria mettendo in atto una serie di strategie e non impigrirsi lasciando che sia il telefono a fare le cose per noi».
Come allenare la memoria? «Ricordare numeri, dati, tenersi in mente le cose. L’esercizio mentale, inoltre, aumenta e migliora il bagaglio di conoscenze. Utili in questo sono le parole crociate, altri giochi di enigmistica, il sudoku, ma anche portare avanti i propri hobby. Gli scacchi sono un ottimo allenamento per la mente tanto che in molte università della terza età insegnano proprio a giocare a scacchi perché questo esercizio di strategia mantiene vivo il cervello. Poi leggere, interagire e frequentare ambiti socialmente rilevanti».
Esistono però anche dei fattori di rischio non modificabili e che dipendono dal patrimonio genetico? «Avere almeno un allele della apolipoproteina ApoE4, vuol dire avere un rischio maggiore rispetto alla popolazione generale. Peraltro, è importante sapere se si ha questo profilo genetico per le implicazioni che comportano le nuove terapie promettenti, cioè gli anticorpi monoclonali contro la proteina amiloide. Questa terapia biologica va a rimuovere l’accumulo di questa proteina nel tessuto nervoso e vascolare. Il trattamento, disponibile in centri specializzati, però ha dei limiti in quanto non può essere somministrato, ad esempio, in pazienti con due copie del gene ApoE4 per i possibili effetti avversi riscontrati, come le emorragie cerebrali».
Esistono altre soluzioni? «Nel nostro Centro ci occupiamo di riabilitazione e abbiamo avviato un protocollo terapeutico che associa la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva (rTMS) ai farmaci convenzionali e alla stimolazione cognitiva. Ci siamo basati sul modello sperimentato dalla Fondazione Santa Lucia IRCCS di Roma e in particolare dall’équipe di ricerca del prof. Giacomo Koch. I risultati sono davvero molto incoraggianti, soprattutto nel trattamento della demenza in fase inziale, ecco perché la diagnosi precoce si rivela fondamentale. Non parliamo di una cura, ma abbiamo riscontrato che il protocollo permette ai nostri pazienti di mantenere a distanza di un anno la stessa performance e stiamo monitorando cosa accade a distanza di più tempo. Un’opportunità questa anche per i pazienti esclusi dai trial citati legati alle terapie biologiche. La speranza in futuro è di poter associare i due trattamenti».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
