Decreto Sicurezza: l’equivoco pericoloso

Il governo. Il no di Mattarella e i limiti dello Stato: la sicurezza si difende con le istituzioni e l’intelligence, non confondendo i ruoli dell’Esercito

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Quella di attribuire ai militari poteri di polizia è un’idea sbagliata. Ci ha pensato Sergio Mattarella a impedire che venisse messa in pratica nell’ennesimo decreto sull’ordine pubblico del Governo.

E ha fatto bene. Non perché il problema della sicurezza sia immaginario. Al contrario. I cittadini hanno tutto il diritto di camminare nelle proprie strade senza paura, di attraversare una piazza senza essere aggrediti. I commercianti hanno il diritto di aprire i negozi senza dover temere che qualche branco di delinquenti sfondi le vetrine e saccheggi la merce.

Uno Stato incapace di garantire questi diritti è uno Stato che viene meno a uno dei suoi doveri fondamentali.

Ma l’idea di affidare ai soldati compiti da poliziotti contiene un equivoco pericoloso. Il primo è politico, perfino storico. In un Paese democratico l’esercito non deve diventare lo strumento ordinario di controllo della popolazione. Le immagini dei militari che fermano, interrogano, arrestano i cittadini - in gran parte giovani - evocano la memoria sinistra di altre esperienze: il Cile di Pinochet, l’Argentina dei generali, i carrarmati di Budapest e di Praga. Naturalmente l’Italia non è nemmeno lontanamente il Sudamerica degli anni Settanta né aspira ad esserlo. Sarebbe una sciocchezza sostenere il contrario. Ma le democrazie si difendono impedendo che si confondano le funzioni dello Stato anche evocando esempi storici estremi ed infausti.

C’è poi una seconda ragione, meno suggestiva ma altrettanto importante. Una ragione professionale. I soldati sono addestrati a fare i soldati. La polizia a fare la polizia. Sono mestieri diversi, con responsabilità diverse, preparazioni diverse.

Un agente della Squadra Mobile o della Celere deve conoscere le leggi, le procedure, i limiti dell’intervento, deve saper affrontare una lite domestica, un ragazzo violento, un ubriaco, una folla inferocita. Deve distinguere in pochi secondi quando intervenire e quando fermarsi. Non basta indossare una divisa per saperlo fare.

L’utilizzo di militari nella nostra Prima Repubblica dovrebbe insegnare qualcosa. Nel 1992, dopo le stragi di Falcone e Borsellino, lo Stato mandò migliaia di militari in Sicilia con l’operazione Vespri Siciliani. Palermo era una città assediata dalla mafia. Eppure ai militari vennero affidati soprattutto pattugliamenti, posti di blocco, vigilanza degli obiettivi sensibili. Servivano a liberare poliziotti e carabinieri da incombenze di sorveglianza, consentendo loro di dedicarsi alle indagini e alla repressione dei delitti.

Nessuno pensò di trasformare i fanti in investigatori o di sostituire con i militari e i carrarmati le Volanti della polizia. Le operazioni Riace, Partenope e Salento negli anni Novanta, fino a Domino (2001) e Strade Sicure (dal 2008) sono ispirate agli stessi principi. I militari presidiano stazioni, monumenti, luoghi esposti a rischi. Svolgono un servizio utile, talvolta indispensabile. Ma non sostituiscono gli apparati specializzati nella tutela dell’ordine pubblico e nell’attività giudiziaria.

Perfino i sindacati di polizia hanno contestato l’idea di confondere le competenze. E non certo per gelosia corporativa. Il governo vuole mandare altri cinquecento soldati a Milano in vista di nuove manifestazioni e col pericolo di nuovi tumulti? Li mandi, se davvero servono. Ma non pretenda di risolvere con un decreto e qualche uniforme in più problemi che richiedono investigatori, prevenzione, intelligence, capacità di intervento, gestione dell’ordine pubblico.

La sicurezza non si difende confondendo le divise. Si difende facendo funzionare le istituzioni. Che è più difficile che mandare cinquecento soldati per strada, ma assai più utile alla Repubblica.

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