La destra che non c’è occorre uno sforzo

La politica. Le radici proletarie del Duce e il fallimento del totalitarismo: perché l’equivoco sul fascismo blocca la nascita di una vera cultura liberale e conservatrice

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Quando vedo e ascolto rievocazioni partecipi del fascismo – e questo ormai da mezzo secolo – mi pongo sempre la stessa domanda. Ma per qual ragione mai le nuove “destre” devono far riferimento, ancorché talvolta solo casuale, o indiretto, a qualcosa di sinistro come il fascismo?

Se davvero il fascismo fosse stato un movimento di destra – cosa di cui dubito profondamente, come ora dirò – allora sarebbe la prova storica delle tendenze delle destre a fallire, col contorno di milioni di morti. Il baratro della guerra, la vergogna delle leggi razziali, ed il peggio che può esprimere un regime totalitario – l’Italia ridotta all’omega della sua storia – ebbene, non sono una bella testimonianza della bontà della “destra”. Ma il discorso che occorre fare è molto più radicale. Il fascismo è una destra che ha perso la retta via (come pensano alcuni sostenitori delle nuove destre), e dunque una destra che ha fallito, o non è (stata) per niente una “destra”? Nel secondo caso, quantomeno, si apre la prospettiva che possa emergere una destra radicale che vuol farla finita con l’eredità fascista, non perché il fascismo sia una destra “che ha fallito”, ma perché non esso è mai stata una vera destra: e ha creato la contrapposizione con il bolscevismo, la sinistra, per l’appunto, dei tempi, per autolegittimarsi e darsi un’identità differente da qualche che in effetti poi ebbe. Mussolini nacque socialista. Hitler anche.

La miglior sintesi del loro pensiero non è nascosta, è nei nomi stessi dei loro partiti: i “fasci” dei lavoratori, da noi, e i nazional-socialisti in Germania. Il nazionalismo divenne, a partire da metà Ottocento, un’identità parallela alla coscienza di classe. Era un collante per il proletariato, e non lo fu mai invece per un’aristocrazia europea tendenzialmente cosmopolita. Il nazionalismo fu un’arma per le sinistre, prima che per le destre, ma già a partire dalla Rivoluzione francese. Si legga o si ascolti, allora, il discorso con cui Mussolini, da Palazzo Venezia, il 10 giugno 1940, annunziò l’entrata in guerra: una delle date più orribili della storia italiana. Si rivolge ai “proletari”. Che destra è questa? Qualcosa di più delirante non si potrebbe immaginare, questo discorso: compreso il riferimento all’Oceano verso cui l’Italia dovrebbe aver finalmente “libero accesso”.

Perché mai? Parla di “rivoluzione”. La folla lo acclama. I nemici sono le “democrazie plutocratiche e reazionarie”. Che hanno “insidiato l’esistenza del popolo italiano”. Reazionarie, nei confronti di quale rivoluzione? Quale, se non quella “proletaria”, nata da proprio, in tempi lontani, dalla Rivoluzione francese? “L’Italia proletaria e fascista.” Parole ben bene scandite dal Duce. Dove è la destra? Quanto dico, per altro, è stato già accertato, e ribadito, per citare il Duce, da “legioni” di storici.

Esiste, forse, la possibilità di una destra vera, che chi si proclama alfiere di essa dovrebbe cogliere, senza rimestare in armamentari linguistici, ideologici, e anche identitari, morti e sepolti. Sono morti i fascisti, sono morti i partigiani, è morta da tempo – per fortuna! – quell’Italia di miseria, tristissima. Lasciate riposare in pace le ombre di Dongo, i carnefici divenuti vittime, le vittime – i partigiani – divenuti carnefici e poi di nuovo vittime, quei partigiani, ad esempio, misteriosamente scomparsi insieme all’oro di Dongo. Siamo in un mondo diverso – con tutti i suoi problemi, i suoi rischi, le sue minacce, le sue incertezze – infinitamente più progredito di quello. E consapevoli che tra 100 o 80 anni o anche meno, le generazioni a venire guarderanno a noi come noi guardiamo a quelle figurine opache, meste, sbiadite, in bianco e nero, divenute nulla, vittime di una miseria materiale che troppo spesso si accompagnò a quella morale, fomentandola.

Neanche le prime due armi con cui si voleva giustiziare Mussolini e la Petacci funzionarono. Si dovette ricorrere ad una terza. Che squallore, che tempi di assenza, di tutto. C’è forse da ripensare del tutto la Destra, a partire magari da quella destra soffocata proprio dai sedicenti regimi di “destra” del fascismo e del nazismo, che non hanno offerto una pagina gloriosa all’umanità. Per tanti aspetti, sia in Germania, sia in Italia, sia in Spagna, sia in tutte le infelici nazioni segnate allora dalle dittature, una Destra vera deve ancora emergere. Occorre delinearne i contorni, senza riferirsi ai morti. Lasciate che i morti – posto che possano davvero farlo – riposino in pace. Si provi a far convivere nazionalismo (talvolta giusto), con il liberalismo (quasi sempre giusto). Impresa difficile, ma potrebbe riuscire. Vi sono nemici, ma non bisogna demonizzarli. Davanti agli scacchi della situazione politica, economica, e morale attuale, dinanzi alla stasi, reagiamo con l’infertilità collettiva, la decisione inconscia di estinguerci. Non sarà trasformare i bimbi che non ci sono in nuovi Balilla la soluzione. Occorre fare uno sforzo di pensiero. Qualcosa che – quando si tratti del futuro di intere nazioni – l’AI non può anche fare.

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