In questi giorni si continua a parlare del caso di Modena che, come era prevedibile, ha rapidamente oltrepassato i confini della cronaca per assumere una valenza eminentemente simbolica. A imprimersi nell’immaginario collettivo non è stato solo l’episodio di violenza, ma soprattutto la fotografia che ritrae l’aggressore immobilizzato da sei uomini, di cui due italiani, due egiziani e due pakistani.
Si tratta di un’immagine che, nella sua plastica essenzialità, restituisce una verità spesso rimossa dal dibattito pubblico: la legalità non può avere connotazioni etniche, così come il senso civico non può conoscere confini identitari. Eppure, ogniqualvolta un fatto criminoso coinvolga uno straniero, una parte della politica italiana non esita a dirottare il confronto pubblico verso una contrapposizione ideologica che obbedisce ad uno schema stucchevolmente riproposto con collaudata puntualità.
In base a questo schema, i profili penali della vicenda vengono immediatamente derubricati per far posto ad argomentazioni di tipo etnico. In questo modo, la discussione non verte più sulla natura del reato ma viene artificiosamente traslata sulle origini del colpevole, come se la provenienza geografica costituisse, di per sé, una categoria giuridica o morale. In realtà, con questo approccio si finge di ignorare che il nodo autentico della questione non risiede nella nazionalità di chi delinque ma nella incapacità dello Stato a garantire una risposta sanzionatoria efficace e tempestiva.
Questo è il vero “punctum dolens” che si cerca di eludere con la complicità di alcuni media compiacenti che seguitano a soffiare sul fuoco xenofobo attizzato dalla politica. Ci riferiamo al tema cruciale della “certezza della pena”, principio fondamentale del sistema penale che, stando alle cronache, risulta frequentemente disatteso. Si tratta di una lacuna che non riguarda solo l’immigrazione e la criminalità comune: riguarda, infatti, gran parte dei reati, inclusi i reati finanziari, la corruzione, i crimini dei cosiddetti colletti bianchi.
Si tratta di reati differenti nella forma, con un grado diverso di disapprovazione sociale, ma accomunati da una medesima percezione di impunità. Ammettiamolo, nel nostro Paese troppe volte la pena appare come una previsione virtuale e astratta che finisce per corrodere il rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni.
I tempi processuali, le prescrizioni, l’eccessiva farraginosità delle procedure, finiscono per alimentare l’idea che lo Stato faccia fatica a trasformare il principio di legalità in esperienza tangibile e concreta.
Quando la risposta pubblica perde efficacia, risulta inevitabile che si incrini anche l’autorevolezza delle istituzioni. Ma c’è un altro elemento presente nel dibattito politico di cui, purtroppo, esistono tracce ben visibili anche nel corpo sociale.
Una parte dell’opinione pubblica suole invocare inflessibilità nelle ipotesi in cui l’illecito sia stato commesso da uno straniero, salvo poi invocare il garantismo quando a delinquere è un cittadino italiano. Si tratta di un vezzo atavico ben cavalcato da talune forze politiche che si dimostrano giustizialiste o garantiste alla bisogna, in base alle contingenze politiche.
In verità, sarebbe utile rammentare che uno Stato di diritto non può permettersi una giustizia selettiva, modulata sull’identità del reo anziché sulla gravità del reato. Due pesi, due misure: severità nei confronti dell’alterità e indulgenza nei riguardi dell’appartenenza.
In realtà, non bisognerebbe dimenticare che la forza di uno Stato non si misura dalla virulenza della sua retorica contro gli stranieri, né dalla capacità di alimentare paure collettive. Si misura, di contro, dalla solidità delle istituzioni, dalla rapidità dei processi, dalla certezza della pena e dall’effettiva uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Una società smette di sentirsi protetta quando percepisce che la legge non riesce più a imporsi con coerenza e imparzialità. Ed è precisamente in quel vuoto che prosperano la paura, il rancore e la becera radicalizzazione del linguaggio, nell’indifferenza della maggioranza, sempre più assuefatta al degrado. Come diceva Albert Einstein, “il mondo è un posto pericoloso, non a causa di quelli che fanno il male, ma a causa di quelli che lo lasciano fare, guardando.”
© RIPRODUZIONE RISERVATA