L’ordine del mondo. E l’atto libero di re-immaginarlo
Orticolario/Ospite d’onore Luigi Serafini e lo spirito del suo codex risuonano nel tema di questa edizione. Venerdì mattina la conferenza al padiglione centrale
Lettura 4 min.Un uomo attraversa l’America in autostop, con sacco a pelo e Rolleiflex. È il 1971. Vuole capire se la fantasia abbia bisogno di regole. La risposta prenderà forma anni dopo, in un libro impossibile da classificare: il Codex Seraphinianus. Oggi quello spirito rifiorisce a Orticolario 2026, dove Luigi Serafini, artista, architetto e autore, porterà un erbario di piante inesistenti. Piante che, anche nell’epoca dell’IA, trovano ancora uno spazio nella fantasia.
Questa edizione di Orticolario sembra fatta apposta per lei: il mondo vegetale è un mondo ordinato per eccellenza, continuamente classificato e identificato da parte dell’occhio umano. Stavolta però l’invito è quello di concedersi alla fantasia: è lo stesso spirito che ha guidato il Codex Seraphinianus?
Cominciamo col dire che il mondo vegetale può esistere senza l’essere umano e non viceversa. Finalmente sembra che ce ne stiamo accorgendo. L’umanità da sempre lo ha non solo classificato, ma lo ha introdotto profondamente nel proprio linguaggio e nel proprio immaginario, come la radice di un problema, un’idea che germoglia, un ramo della scienza, una persona che viene presa in castagna e Dante che si ritrova in una selva oscura. E poi c’è la metafora suprema: la cultura. Viene dal latino colĕre: coltivare, curare, abitare. La cultura può dunque essere intesa come coltivazione dell’essere umano. E il mio Codex si inserisce in questo flusso. Inoltre, il latino caudex — poi codex — indicava anzitutto il tronco d’albero o un pezzo di legno. Passò poi a designare le tavolette lignee, spesso ricoperte di cera, legate insieme per scrivere; infine diventò il nome del libro composto da fogli (tornano le foglie) rilegati, contrapposto al rotolo, il volumen.
Secondo lei il Codex è un’enciclopedia di un mondo che non esiste, o forse in fondo quello è proprio il nostro mondo, solo raccontato in una lingua diversa?
A questa domanda, ai sensi dell’articolo 64, comma 3, lettera b), del Codice di procedura penale, mi avvalgo della facoltà di non rispondere, per non compromettere le indagini tuttora in corso sulla realtà, dato che non è stato ancora accertato quale dei due mondi sia quello inesistente.
In una quotidianità umana che sente il bisogno di sistematizzare, incasellare e dare un senso a tutto, negandosi spesso il lusso del mistero, qual è il valore dell’immaginazione?
Sistematizzare, incasellare e attribuire un senso alle cose appartiene alla natura umana: non è certo una caratteristica esclusiva del nostro tempo. Nel corso della storia, una delle funzioni dell’Arte è stata proprio quella di compensare questa inclinazione, risvegliando le emozioni attraverso ideali di bellezza e di armonia e restituendoci, così, il lusso del mistero. Oggi, forse, è venuta meno proprio questa compensazione: la bellezza si è trasformata in lifting e l’armonia in un outfit ton sur ton. Intanto gli artisti lavorano sotto contratto con i galleristi, i galleristi si occupano di pubbliche relazioni, le pubbliche relazioni alimentano aste e mercato. L’Arte è diventata una merce come un’altra. Il valore dell’immaginazione consiste allora nella sua capacità di interrompere questo circuito: sottrarre qualcosa alla classificazione, al prezzo e alla spiegazione, per riconsegnarlo al possibile e al mistero.
Nell’atto dell’immaginare, quanto è d’intralcio (oppure utile) il mondo reale? Intendo: la fantasia è più libera quando conosce le regole o quando le ignora?
Nel 1971 attraversai gli Stati Uniti compiendo un viaggio circolare durato quattro mesi, un round trip New York–New York: autostop, sacco a pelo e Rolleiflex. Durante quel viaggio arrivai anche a Venice, sulla costa di Los Angeles: un luogo che aveva accolto la Beat Generation e dove il suo spirito sopravviveva, ormai mescolato alla cultura hippie e a ogni sorta di sperimentazione. Fu lì che provai la mescalina, per capire se la fantasia avesse bisogno di regole oppure no. Durante la prima fase del trip, che fu piuttosto lungo, tentai di disegnare ciò che cominciavo a vedere: la realtà intorno a me si trasformava in qualcosa che, in quel momento, mi appariva straordinariamente fantastico. Il giorno seguente, però, rimasi davvero sorpreso dalla povertà d’immaginazione di quei disegni. Che dire di più, se non che quelle che chiamiamo “regole del mondo reale” non sono semplicemente regole: sono ontologia. Riguardano, cioè, il nostro stesso essere, così come si è formato ed evoluto nel corso di centinaia di migliaia di anni.
Lei ha costruito un intero universo attraverso l’immaginazione personale, manuale: è stato un atto artistico diluito nel tempo. Oggi interpelliamo forme di intelligenza artificiale capaci di produrre in pochi secondi immagini surreali, che non appartengono alla realtà. Come si sente a riguardo? L’IA può compromettere per sempre la nostra capacità di fantasticare?
A mio parere l’intelligenza artificiale non comprometterà la nostra capacità di fantasticare, perché non ha la possibilità di emozionarsi, dato che lavora sul dato, che al massimo può trasformare in dado e lanciarlo nello spazio quantico o altrove. Le idee, invece, nascono in un altro modo, come quando per esempio ti cade in testa una mela. Di solito ci si rivolge all’intelligenza artificiale con un prompt, chiedendole di produrre qualcosa che ancora non esiste, con modesti risultati, che alla fine si assomigliano tutti. Io sto sperimentando il procedimento opposto: un impiego non generativo o, più precisamente, retro-generativo. Anziché affidarle la creazione di una nuova immagine, parto da una mia opera già compiuta e le chiedo di percorrere a ritroso il processo creativo, nel tentativo di ritrovare quell’immagine originaria che, affiorando nella mente, aveva messo in moto l’opera. Detto ciò, rimane naturalmente la questione dell’uso malevolo dell’intelligenza artificiale. Ma questa appartiene all’eterna vicenda del Bene e del Male, con la quale abbiamo a che fare da quando siamo stati cacciati dall’Eden — o da qualche altro luogo consimile.
Un augurio finale per chi passerà da Orticolario - en rêverie?
A Orticolario presenterò un ’opera tratta dall’erbario che realizzai per Storie naturali di Jules Renard, pubblicato da Rizzoli nel 2009 in occasione del sessantesimo anniversario della mitica BUR – Biblioteca Universale Rizzoli. La mia botanica fantastica veniva ad ampliare il mondo di Renard, che aveva raccontato in forma immaginifica gli animali del cortile e dei boschi intorno alla sua casa in Borgogna. Accostando a quella zoologia un erbario di specie inesistenti, il libro ricostruiva così una sorta di parallelo alle Storie naturali di Plinio. Spero che questo mio contributo possa aggiungere a Orticolario un’ulteriore fioritura di fantastico.
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