«Il mio bagnoli la stretta di mano e una cartolina»

L’intervista. Simone Braglia, ex portiere del Como e del Genoa. «Eravamo simili, persone terra terra, ci intendevamo al volo su tutto»

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Ieri si sono celebrati i funerali di Osvaldo Bagnoli, allenatore anche del Como, ma celebre per lo scudetto vinto a Verona e per le due stagioni mitiche nel Genoa. Quello della sfida ad Anfield Road di Liverpool, con l’eliminazione degli inglesi. Era giusto tornare per un ultima volta su un personaggio che ha lasciato dietro di sè una scia di affetto e stima al di là dei colori delle squadre. Lo abbiamo fatto cogliendo al volo l’opportunità di parlare con un personaggio che Bagnoli lo ha avuto da allenatore e con il quale aveva un feeling particolare. Simone Braglia, portiere comasco di Cernobbio, che di quel Genoa faceva parte e non banalmente: ad Anfield Road scrisse la pagina più bella della sua carriera, con parate miracolose.

Bagnoli non c’è più...

Eh già, una grande perdita.

Tu lo conoscevi bene.

L’ho avuto due anni al Genoa, 1990-91 e 1991-92. Ma due stagioni che ne valevano quattro. Due stagioni leggendarie, un quarto posto in campionato il primo anno e la cavalcata europea il secondo, con la notte di Anfield Road, a Liverpool, quando eliminammo i Reds dalle coppe.

Come lo ricordi?

Me lo ricordo al primo approccio, nell’hotel di Arenzano dove eravamo in ritiro. Subito con l’inseparabile lavagnetta sotto braccio. Ce l’aveva sempre, la lavagnetta con i magneti che spostava per farci vedere questo e quello .

Uomo di poche parole.

Pochissime. Ma sincero, amante del lavoro. Se diceva una cosa, era quella. Se lo ascoltavi, se ne coglievi i fremiti, lo capivi, sapevi cosa voleva.

Una volta che lo hai visto arrabbiato.

Dopo un Genoa-Roma in Coppa Italia in cui la squadra giocò male e andò fuori. Ma non ce l’aveva con noi. Quella sera capii quanto era feroce la sua difesa del gruppo. Andò in sala stampa ad attaccare i giornalisti che attaccavano Bortolazzi, uno che aveva portato lui. Eravamo all’inizio del campionato, la squadra era ancora in rodaggio. Quattro giorni dopo ci fu il derby contro la Samp, che poi vinse lo scudetto. Vincemmo 2-1, e la squadra decollò verso un quarto posto che sembrava un primo. In casa le vincemmo tutte tranne con Cagliari e Milan. E non solo.

Cosa?

Il gol di Branco su punizione che ci regalò la vittoria, dal limite, nel sette, diventò prima una fotografia e poi una cartolina che i tifosi genoani mandarono ai rivali per gli auguri di Natale.

Che rapporto avevi con lui?

Credo fossimo simili. Tutti e due lontani dallo stereotipo del personaggio che ama mostrarsi. Tutti e due terra terra. Ci siamo intesi al primo sguardo. Parlavamo in dialetto, “Come ta stet?”, una maniera per dirci che eravamo dello stesso mondo.

Quando lo hai visto felice?

Dopo il quarto posto era davvero contento. Anche se dovevi interpretarlo.

In che senso?

Anche quando aveva voglia di lasciarsi andare o era soddisfatto ed era pronto a fare un complimento si frenava, però faceva quell’espressione con la bocca piegata da un lato, un mezzo sorriso celato, che però di concedeva per farti capire che sotto sotto aveva apprezzato.

Ti ha mai fatto i complimenti?

Ecco, la stretta di mano dopo Anfield non me la dimenticherò mai. Per i motivi che ho detto prima,sapevi che non avrebbe detto tante parole, ma dopo quella mia prestazione, mi aspettò prima di uscire dal campo e mi strinse la mano forte. Ecco, quella fu una dimostrazione di stima incredibile. Per ma un grande valore. Ma ci furono altre due occasioni in cui Bagnoli mi dimostrò la sua stima.

Quali?

Quando arrivò, disse subito che il portiere titolare sarei stato io. Ero partito secondo di Gregori con Scoglio, ma poi ero diventato titolare. Con lui arrivò Piotti, ma in quel discorso fatto in hotel ad Arenzano disse che il portiere sarei stato io perché il ruolo era importannte ed era altrettanto importante dare un segnale di affidabilità alla squadra. E questo era importante. Poi, l’anno dopo, ebbi una brutta polmonite, ma quando fui in grado di giocare mi schierò subito senza dubbi. Un’altra manifestazione di stima nei miei confronti.

Il Bagnoli fuori dal campo?

Lo racconta un episodio. Io mangiavo dalla Santina a Celle trattoria tipica locale, clima casalingo. Mangiavo in cucina. Lo dissi a Bagnoli, e lui un giorno spuntò sull’uscio, era venuto a provare le trenette al pesto di Santina. Ma si avvicinò al tavolo e disse: posso a magiare anche io in cucina? Ecco, questo era Bagnoli. Basso profilo.

Come giocava?

Precursore del 3-5-2. Io in porta, Signorini al centro con Torrente e Caricola dietro. Branco ed Eranio sulle fasce. Bortolazzi, Onorati e Ruotolo a centrocampo, Aguilera e Skuhravy punte. Giocavamo benissimo altro che catenaccio. Mi ricordo un 2-2 a San Siro con l’Inter spettacolare, ma anche il successo con la Juve al Delle Alpi. In quella partita feci miracoli come ad Anfield, ma fu meno celebrata perché non eravamo in Europa.

L’hai più sentito?

Lo sentivo spesso prima che cominciò ad avere problemi a riconoscere le persone. Una volta lo chiamai e disse “Braglia chi?”. E allora da lì mi sono limitato a mandargli i saluti. E il giorno dopo la sua scomparsa abbiamo avuto un altro lutto.

Quale?

Se ne è andato il preparatore dei portieri di quel Genoa, Ghizzardi, un altro pezzo di pane.

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