«Cantù, niente panico. Mi pesò andare a Milano e ricordo certi cori...»
L’intervista Davide Pessina, ex giocatore di Cantù, oggi a Sky Sport. Inserito di recente nella Hall of Fame, ha vinto la Coppa Korac nel 1991
Lettura 3 min.Nella Hall of Fame arricchita di dieci nuovi nomi per il novantesimo di Pallacanestro Cantù c’è chi ha vissuto da protagonista l’ultimo grande trofeo europeo conquistato, ormai 35 anni fa. Davide Pessina, 58 anni, ala transitata per un biennio da Cantù in mezzo a due esperienze a Milano (la seconda, allora, non gli era stata perdonata dai tifosi brianzoli quando tornò al Pianella da avversario) ha vissuto le ultime vere emozioni europee del club. Ha alzato la Korac nel 1991, anno di grazia per Pessin a perché conquistò anche un argento europeo con la Nazionale a Roma, perdendo la finale contro la Jugoslavia. Sensazioni e attimi che Pessina ricorda bene. Domenica era a Desio, non nelle vesti di spalla tecnica di SkySport Basket, ma come premiato.
Che emozione è stata entrare nella Hall of Fame canturina?
Sono onorato. Far parte di una galleria di campioni e di personaggi importanti di una grande società come Cantù è davvero una grande soddisfazione. Ringrazio le persone che hanno pensato a me: fa ancora più piacere che siano stati i tifosi. Allora è vero, c’è ancora qualcuno che si ricorda di me...
Cantù per Pessina è stata...
Una tappa importantissima, forse sono stati i miei anni migliori in campo. Ripenso spesso a quel periodo, all’ultimo anno di Marzorati, a Rossini, Mannion, Bosa: che squadra! L’anno prima avevamo perso in semifinale con Varese, la Korac resta una tappa indimenticabile. Una vittoria contro il Real Madrid, in una stagione fantastica in Europa, come è sempre stato nel Dna di Cantù.
Ricorda l’accoglienza al suo ritorno a Cantù con la maglia di Milano?
E chi se la scorda? Fu “calda”, i tifosi tirarono anche le uova. Ricordo un paio di coretti, uno simpatico “Cucù, cucù Pessina non c’è più. Non ce ne frega un c... adesso abbiam Tonut”. Ce ne fu anche uno molto meno amichevole. Faceva parte del gioco e non mi arrabbiai. Anche perché a me pesò andare via da Cantù per tornare a Milano, ma c’erano accordi molto vincolanti tra le due società.
È tornato a Desio da spettatore, solo pochi giorni fa. Che impressione le ha fatto Cantù?
È una squadra che ha bisogno più di altre di tempo per trovare equilibri e gerarchie. Ma è molto presto, l’inizio non è stato dei migliori, ma eviterei di diffondere panico e sfiducia. Credo che ci sia tutto il tempo necessario tempo per rimediare e Olisevicius è un’ottima presa. Cantù ha tutto per arrivare al traguardo della salvezza, ma serve pazienza.
Come mai alcune vecchie e gloriose piazze come Cantù, Pesaro, Fortitudo Bologna faticano e altre nemmeno esistono più?
Sono cambiati i tempi e ci vogliono investimenti sempre più importanti per restare in alto. Ora ci sono realtà con budget imponenti ed è più difficile trovare persone e imprenditori che investano sapendo in partenza che finiranno in perdita. Bisognerebbe forse trovare un equilibrio diverso, la strada che ha preso Cantù è una esempio, ma competere con le corazzate è sempre più complicato.
Che ne pensa dell’Arena che sostituirà il PalaDesio e, ovviamente, il vecchio Pianella dove anche lei ha giocato?
Ah, il mitico Pianella: non me lo taccate! È un palazzetto storico e iconico. L’arena può essere un passo importante per Cantù, anche dal punto di vista economico. Se ne parlava già negli anni ’90 di un nuovo palasport, ora finalmente ci siamo. Per la stabilità del progetto e della società, l’apertura dell’Arena sarà un evento fondamentale.
Dieci italiane in Europa contribuiscono ad aumentare il livello e le difficoltà?
Giocare le coppe è sempre stato un valore aggiunto, a Cantù l’Europa è sempre stata una casa. Tutti vorrebbero confrontarsi e competere contro grandi realtà. Tutto questo implica più fatica, più costi, squadre lunghe. Ma se si gioca una coppa, onorandola, è una tappa importante per un club e un giocatore.
Come le sembra questa nuova serie A appena ripartita?
Napoli è una realtà interessante. Hanno allestito una squadra lunga, profonda con un grande coach d’esperienza come Repesa: si affaccerà tra le prime. Poi ci sono realtà interessanti, magari non per le modalità con cui si sono affacciate alla serie A come le due squadre romane, che però danno visibilità a tutto il movimento. Capisco benissimo l’amarezza dei tifosi di Cremona e Brescia dopo la vendita dei due titoli sportivi.
Per lo scudetto quest’anno sarà lotta a due?
I nomi d’élite sono sempre gli stessi: Milano e Bologna su tutti, ma occhio come sempre a Venezia. In varie realtà vedo del talento in giro e non sottovaluterei Napoli.
A Desio chi ha salutato per primo?
Ho un legame forte con la famiglia Allievi. Sia il padre Aldo, sia Roberto sono state due figure di riferimento per me e come, sempre il presidente mi ha riservato una bella accoglienza. Ricordo che ai miei tempi, il profilo che papà Aldo aveva dato alla società era quasi un unicum nel panorama. Era un club a conduzione familiare e l’ambiente che Cantù ha saputo creare nel passato è stato come un marchio di fabbrica. Quindi, non ho problemi nel dire che ogni volta mi capita di rivedere Roberto, sono sempre felice. Umanamente e sportivamente, i miei due anni a Cantù sono stati splendidi e non è affatto una cosa scontata.
L. Spo.
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