«Studio i giocatori e parlo con il coach: così preparo Cantù»
L’intervista Federico Conti, preparatore atletico della S.Bernardo: «Subito al lavoro con la palla, meno noioso e poi l’ha chiesto Vitucci»
Lettura 3 min.Palla al preparatore atletico. Perché nel precampionato è una delle figure centrali nel lavoro della squadra. Dopo due settimane di lavoro al pavilion di Corso Europa e un’amichevole, Pallacanestro Cantù parte domani per Livigno dove sosterrà una settimana di ritiro, disputando venerdì 4 e domenica 6 settembre due amichevoli: la prima a Livigno contro Trento, l’altra a Sondrio contro Varese, entrambe alle 18, nell’ambito della Valtellina Summer Camp.
Il nuovo preparatore Federico Conti, che raccoglie la pesante eredità di Roberto “Sam” Bianchi, è reduce da un decennio all’Olimpia Milano (dalle giovanili alla prima squadra) e da una stagione alla Virtus Bologna - oltre a un paio di estati al seguito dei Toronto Raptors nella Nba Summer League - ha fatto il punto della situazione. Spiegando anche alcune pieghe del suo lavoro, così prezioso per i muscoli dei giocatori.
Federico, questo è decisamente il “tuo” momento.
Vero. Ho la fortuna di poter lavorare con un allenatore con cui c’è una grande interazione e un grande scambio di idee. È chiaro che essendo un gruppo nuovo, con solo due ragazzi reduci dalla scorsa stagione, c’è bisogno di uniformarlo.
Quali sono i primi step, diciamo pure difficoltà, nella preparazione?
In primis, essendo nuovo anche io, devo imparare a conoscere i ragazzi. Questa prima fase si distingue per due momenti che però vanno avanti insieme.
Il primo?
La conoscenza dei ragazzi, delle loro lacune e dei loro punti forti, cose su cui bisogna magari porre più attenzione.
E il secondo?
Fare un lavoro che per forza di cose, essendo di squadra, potesse essere adatto a tutti. Chiaramente, in questi casi si cerca di lavorare per il bene della squadra.
Come hai trovato il gruppo?
Qualcuno, magari più indietro, deve fare uno sforzo in più. Qualcuno che magari è stato molto bravo in estate, trova questa fase più accessibile. D’altronde, essendo uno sport di squadra, va da sé che debba essere così, specialmente per la parte fisica che mi riguarda.
Come avete lavorato in palestra in questi giorni?
Il lavoro è stato suddiviso da una parte in sala pesi, più analitica, dove anche io posso guardare più nel dettaglio alcuni cosiddetti “pattern motori” e alcune peculiarità dei ragazzi. È stato un approccio abbastanza morbido, proprio per i motivi che dicevo prima. Non conoscendo i ragazzi, ho impostato il lavoro su esercizi “sicuri”: l’obiettivo in pre-season, secondo me, è fare cose senza rischi, che siano allenanti, ma senza patire il sovraccarico. Noi, su sette giorni, svolgiamo quattro sedute doppie, e quindi chiaramente più si va avanti, più l’accumulo può farsi sentire.
Però, si è vista la palla fin dal primo giorno...
Il lavoro di preparazione in campo è stato un lavoro di condizionamento di fondo, per il quale però io preferisco sempre che venga fatto con la palla. Credo sia più divertente per i giocatori, già calati in un contesto di gioco. Inoltre, è una richiesta dell’allenatore. Il pallone aiuta, sgrava un po’ la parte noiosa fatta dal preparatore, sebbene serva molto. La prima settimana è stata focalizzata sulla ripresa dei movimenti di base, quindi ripartendo dal scivolamento difensivo, da situazioni più di close-out, situazioni un pochino più basket. Nelle prossime settimane andremo più nello specifico, analizzando ogni singolo dettaglio di gara con esercitazioni mirate.
Ma lo schema, forse vecchio, della preparazione fisica tosta in montagna, senza vedere il pallone per una settimana, è definitivamente tramontato?
Fino a un certo punto. Molto dipende dall’abitudine dell’allenatore e del preparatore e, se vogliamo, in alcuni casi anche dall’abitudine del club di fare una vero e proprio ritiro: ci sono squadre che abitualmente vanno in ritiro, magari per un periodo più lungo. Ora, i ritiri sono al massimo di una settimana, quattro-cinque giorni: secondo me lo si vede quasi più come un momento di aggregazione. Con le famiglie lontane, si tende ad andar via sempre meno. E questo vale anche per noi dello staff. Sono momenti preziosi, si impara a conoscere la squadra sotto un punto di vista che non è strettamente di campo, ma è anche umano.
Quindi, ok al ritiro ma senza esagerare?
Credo che il ritiro abbia ancora i suoi benefici, soprattutto extra campo. Se una squadra dispone di una struttura di lavoro in cui si trova a suo agio, dico che si può lavorare bene anche a casa.
Ora tocca a voi andare via per qualche giorno, in una località come Livigno che dispone di pianura e montagna.
La sfrutteremo, vedremo anche come ci arriviamo, perché è chiaro che noi abbiamo una programmazione. Ma, come ogni programmazione, poi va verificata passo dopo passo a seconda della risposta della squadra, unitamente alle richieste dello staff tecnico e dell’allenatore, è chiaro che più ci si avvicinerà all’inizio delle gare ufficiali. Facendo doppie sedute Livigno si presta a molte situazioni diverse. Sicuramente sarà un momento per aggregarsi ancora di più sia sul campo, sia fuori.
L. Spo.
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