«Il basket in crisi? Le soluzioni ci sono, ma serve coraggio»
Intervista Carlo Recalcati, ex giocatore e coach, bandiera di Cantù: «Si cambia se c’è la forza di andare avanti a prescindere dal consenso»
Lettura 3 min.Un articolo sulla Gazzetta dello Sport, a firma di Dan Peterson, ha nuovamente riaperto il dibattito sul movimento cestistico italiano, sulla poca predisposizione a lanciare giovani, sulle difficoltà della Nazionale, a cui da anni manca un trofeo o un risultato importante. La ricetta del grande Dan? Provare a sfornare nuovi talenti, per semplificare il concetto.
Un’intervista che Carlo Recalcati ha letto e commentato con noi. Portando anche il suo contributo, come al solito arguto e mai banale.
Charly, che ne pensa del contributo di Peterson?
Partendo dalla stima per Dan, ci si deve all’atto pratico scontrare con la realtà delle cose. Ovviamente, un movimento che si rispetti passa da quello che produce, quindi prima di tutto i giocatori.
Vincolare le squadre a schierare sempre un minimo di italiani è un’ipotesi plausibile?
A me gli obblighi non piacciono, possono insorgere problemi non da poco. Per esempio, le squadre che disputano le coppe europee, in Europa non avrebbero questo vincolo, il rischio è di fare squilibrate. In Eurolega ci sono anche 10 americani, come si gestisce poi l’obbligo dell’italiano? Era già stato fatto, parlando con gli allenatori è risultato un mezzo dramma.
Quindi è contrario?
Da quando ero ct della nazionale. Io poi interpretavo molto il mio ruolo: il ct non deve gestire solo la squadra ma dovrebbe anche essere anche propositivo, perché è in una posizione privilegiata. Ossia, vede il movimento sotto tutti gli aspetti dall’interno. Giocoforza, quando vedi un problema, dovresti proporre qualcosa per risolverlo.
Non è questa la via per il rilancio degli italiani?
Non credo nemmeno all’obbligo dei giocatori a referto, o degli under sotto la serie A. Perché obbligo non significa farli giocare.
Aveva fatto proposte all’epoca del suo coinvolgimento in nazionale?
Sì, e sono ancora lì sul tavolo... Credo si debba trovare un sistema per cui le società siano stimolate a mettere in campo italiani. Una sorta di remunerazione. Però, come tante idee e riforme, bisognerebbe avere la forza di portarle avanti, consapevoli di andare contro qualcuno. E poi, bisogna mettersi d’accordo: per “italiano” chi intendiamo? Solo quelli di passaporto o anche i formati? Questo obbligo di avere un tot numero di giocatori a referto non ha prodotto tanto. Se ho sei giocatori italiani a referto, ma tre sono formati, per la nazionale non c’è alcun beneficio.
Quindi?
Io avevo ideato un sistema per incentivare l’utilizzo dei giocatori. L’idea era creare un fondo, associandolo anche a uno sponsor che avrebbe legato il proprio nome al giocatore italiano. La Fip avrebbe dovuto incrementare questa base, le società avrebbero contribuito.
Come?
In base all’utilizzo degli stranieri: l’americano gioca 30 minuti? Allora diciamo che il suo contributo vale il 30%, e per questo la società mette per esempio 3.000 euro. E così distribuito per tutti gli stranieri. Alla fine, sul totale degli italiani, si sarebbe dato un valore economico a ogni singolo minuto giocato. Ovvio, alle società non sarebbe andato bene: ecco perché ogni riforma porta con sé mille discussioni.
Anche le tempistiche non aiutano...
Chiaro, perché una riforma, perché dia risultati, ha bisogno di anni. Nessuna dà benefici immediati. Chi propone una riforma, inoltre, magari non vedrà i benefici perché potrebbe esserci qualcun altro al suo posto. E quanti sono disposti a fare una cosa del genere? Chi riforma senza avere riconoscimenti immediati?
Sembra che ci siano anche altre problematiche sul tavolo...
Servono anche gli strumenti. Si dice che il basket costi: noi abbiamo bisogno di allargare il bacino di utenza. Perché per vedere una partita di basket in tv devo pagare? Con il basket confinato sulle pay-tv, significa che solo chi è appassionato vedrà quella partita. Come movimento, invece, avremmo bisogno che quella partita la possano vedere soprattutto i non appassionati. E ho anche un esempio che mi riguarda...
Prego.
Tornato dal Giappone nel 2006, dopo i Mondiali, incrocio una mia vicina di casa sulle scale. Non sapeva chi fossi e che cosa facessi nella vita, mi disse però che, per sbaglio, mi aveva visto in tv. Da quel momento ha cominciato a interessarsi, andando a vedere Cantù. È solo un piccolo esempio, ma bisogna creare i presupposti perché la gente conosca il nostro sport, magari seguendo l’esempio del tennis che ha creato un proprio canale gratuito.
E la crisi dei tesseramenti?
Oggi la quota nelle scuole basket costa perché costano i palazzetti e le palestre. Dobbiamo pensare alle strutture, agli impianti dove i bambini possano giocare. Se ci sono più palestre, diminuisce di conseguenza il costo orario. Le società avrebbero possibilità di far pagare un po’ meno e ci sarebbero più famiglie disposte a far giocare i propri ragazzi a basket.
Altre idee che si potrebbero attuare?
Quando mi proposero di fare il presidente federale nel 2008 avevo delle idee, ma non accettai, perché non avevo strumenti per andare avanti.
Ce ne svela una?
Abbiamo tante che disputano le coppe, mentre le altre giocano molto meno e fanno meno incassi. Perché non fare in via sperimentale con la A2 un campionato a conference, in stile Nba? In questo modo avremmo aumentato il numero delle squadre, dando la chance a chi non fa le coppe di giocare di più.
E la classifica?
A percentuali, come in America, basata sul rapporto vittorie/sconfitte. Era un’idea. Se uno studia il movimento, le idee vengono, il problema poi è che servono gli strumenti. Oltre alla forza “politica” di andare avanti indipendentemente dal consenso.
L. Spo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA