«Il museo rilanciato, 20 anni di battaglie e in futuro un avatar»
Intervista Antonio Molteni, presidente Museo del Ghisallo: «La rinascita con lo shop. Bartali, Preudhomme, Hinkey: che emozioni»
Lettura 3 min.Il Museo del Ghisallo ieri ha compiuto 20 anni. La struttura voluta da Fiorenzo Magni, nata del 2006, è stata celebrata ieri sera da una suggestiva cena di gala in mezzo alle memorabilia, alla presenza di tanti ospiti, ai dirigenti Rcs (prima uscita nella struttura), a campioni in attività (Davide Ballerini) o ex atleti. Vent’anni da raccontare, e per farlo abbiamo scelto di fare quattro chiacchiere con Antonio Molteni, presidente dal 2014 della struttura, l’uomo che ha guidato la riscossa del Museo, portandolo per mano dal rischio chiusura a una rinascita tutta da raccontare.
Buon compleanno, Molteni.
Mah, capisco il sillogismo, ma gli auguri sono da fare al Museo...
Ok, ma lei è l’uomo che lo ha preso per mano nel momento peggiore, e lo ha tirato fuori dalle sabbie mobili.
Grazie, troppo gentile. Un lavoro fatto con i miei collaboratori, a partire dalla direttrice Carola Gentilini. Però è vero, al momento dell’assunzione della carica da parte mia, non era un momento facile.
Racconti.
Il primo presidente, ovviamente, era stato Fiorenzo Magni fino alla sua scomparsa. Poi un anno con Zomegnan, e alla fine dei quel periodo ci fu l’esodo di 18 consiglieri, la crisi, la paura che questa mega struttura così defilata, potesse fare fatica a sopravvivere. Sono arrivato nel 2014. Era un salita dura, come lo Zoncolan. Avevo promesso a mia moglie che dopo tanti anni da sindaco di Eupilio e poi di Comunità Montana, sarei andato in... pensione. Ma mia moglie capì. Mi lasciò libero. Ho passato tutti questi anni qui al Museo. Prima mossa portare 22 nuovi consiglieri.
E...?
La svolta è stata lo shop. Ricordo nei primi mesi della mia presidenza, ogni tanto si affacciava qualcuno a comprare quelle piccole cose a disposizione. Si accese una lampadina. Allargare lo shop, realizzare un merchandising ricco e appetibile ha attratto gli appassionati.
Ci dà qualche numero che possa raccontare la rinascita?
Siamo passati da 21mila euro di incasso a 300mila, di cui 40mila dai biglietti, il resto molto dal merchandising. Il record di ingressi prima del Covid, con 14.000 biglietti staccati, adesso ci siamo assestati a 11.000, un po’ sotto ma certo ha influito anche la crisi internazionale. Ma stiamo andando bene, la vittoria è aver reso il Museo autosufficiente.
Come iniziò?
Da dove parto? No, perché è lunga... Io correvo. La passione è iniziata da lì.
Dilettante.
Ho corso con Canturino, Melzo, Velo Club Como. Non andavo male, ma una brutta caduta ha interrotto le mie velleità. I medici non volevano più che salissi in sella. Ci ho riprovato, mi ha bloccato una appendicite. Meglio piantare lì.
Poi?
Poi abbiamo fondato una squadra, il Velo Club Eupilio, ci ha corso Luca Paolini, e poi altri che sono passati professionisti. Ma mi sono avvicinato al Ghisallo quando ho sponsorizzato il Giro della Provincia, prima, e poi quando ci siamo trovati a coltivare una idea di museo con il materiale che era in eccedenza al Santuario. Eravamo io, il parroco, Baroni, Longoni. Un’idea abbozzata. Finche è non arrivò Magni.
Come andò?
A una cena gli raccontammo la nostra idea e lui si illuminò. Fece una battuta: “Voglio fare un museo perché sennò i miei nipoti un giorno butteranno tutti i miei oggetti da corsa, bici comprese, nella spazzatura”. Da buon toscano aveva il gusto della battuta. Cambiò tutto. Le nostre proposte alle istituzioni avevano risposte freddine,ma con lui fu tutto diverso. Porte aperte. Formigoni e Albertoni ci credettero.
Il Museo non doveva essere lì.
Avevamo individuato un caseggiato appena dopo il Santuario scendendo verso Bellagio, ma Magni fu perentorio: dobbiamo fare una cosa in grande. Vide la luce nel 2006.
E’ vero che nacque anche per avere materiale dal Santuario che non arrivò mai?
Sì, in parte è vero. C’è del materiale che staziona in alcuni magazzini e che non c’è stato verso di avere. Adesso tra l’altro sarebbe complicato: siamo passati da 1000 a 3000 cimeli.
La cosa di cui è più orgoglioso?
Mah, tante. Certo la mostra del Tour con il patron Preudhomme che prende l’aereo per venire a vederla, è indimenticabile. O Hinley che viene ad donare la maglia in incognito, non facendosi riconoscere. O Indurain, e il capitano della Nazionale inglese di rugby. Ce e sono tanti.
L’oggetto più prezioso?
Sono di parte: le biciclette di Bartali. Ero un suo tifoso. Ne apprezzavo lo spessore umano. Ci ho anche cenato un paio di volte, perché lui veniva a portare la sua auto dal cavalier Pierino Frangi, ex corridore, titolare della concessionaria Audi. E mi chiamava per mangiare con lui.
Il futuro?
Il futuro è già iniziato. Abbiamo ribaltato il Museo per adeguarlo a livello tecnologico. E adesso arriverà una novità.
Tipo?
Un avatar che avrà le sembianze di un grande campione a cui i visitatori potranno fare delle domande, e lui risponderà raccontando il Museo.
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