De Raffaele: «Io, coach in Giappone. Un viaggio culturale. Cantù? Magari torno»

L’intervista Walter De Raffaele, allenatore di pallacanestro: «La cittadina dove lavoro è simile. Giocherà qui anche Xavier Sneed»

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Konnichiwa, coach Walter De Raffaele. Sta facendo le valigie l’ex tecnico di Cantù, per un viaggio lungo e interessante: sarà il primo allenatore italiano del campionato giapponese. Da pochi giorni è stato infatti ufficializzato alla guida degli Utsunomiya Brex, squadra di punta della B. League, il massimo campionato nipponico. De Raffaele, dopo aver condotto Cantù alla salvezza, a 57 anni, è pronto per questa avventura a dir poco particolare.

Coach, è pronto per partire?

Quasi. Sono ancora a casa mia a Livorno, sto ultimando le cose, al lavoro per completare la squadra. Sapete com’è, la comunicazione con il Giappone non è semplice con sette ore di fuso. Le nostre videochiamate iniziano molto presto, intorno alle 6 di mattina.

Con che spirito si appresta a vivere questa esperienza?

Con un misto di grande entusiasmo e curiosità.

Cosa l’ha spinta in Giappone?

Ho apprezzato, nel corso di una vacanza, la cultura di quel Paese, meraviglioso. Ma ho anche scoperto l’etica, la serietà, e la correttezza del loro vivere. A livello professionale, mi sono accorto della massima attenzione che prestano alla forma e al rispetto delle persone.

Sembrerebbe quasi un’esperienza di vita...

Con questa curiosità mi appresto a vivere una situazione sportiva, chiaramente non vado lì solo per cambiare aria. Andrò in Giappone per vedere quanto mi saprò adattare a tante cose nuove: una lingua sconosciuta, usi e costumi e, sportivamente parlando, al numero di partite elevatissimo. La lega è organizzata sul modello Nba, con quattro “conference” e si giocano tre partite alla settimana.

Sarà da solo o arriverà tutta la famiglia?

Credo che andrò da solo in... avanscoperta, poi si vedrà. Con me ci sarà l’assistente Edoardo Rabbolini, che quest’anno era alla Fortitudo e con cui ho lavorato a Tortona. Lop staff sarà eterogeneo: ci saranno due giapponesi, un neozelandese, i due preparatori sono giapponese e australiano. Era una situazione che ricercavo e che mi entusiasma.

Che squadra è l’Utsunomiya Brex?

È una squadra di vertice del basket giapponese. Due stagioni fa hanno vinto il titolo, lo scorso anno è arrivata in semifinale e ha vinto l’East Asia Super League. Ha un grande seguito e si ispira, per vari motivi, anche legati ai gemellaggi, agli Indiana Pacers, anche nei colori sociali. Lo stile Nba là è dominante, perché è visto come un modello per crescere e diffondere il movimento. Per certi versi, la cittadina che ospita le partite, a 80 chilometri da Tokio, è simile a Cantù: si respira pallacanestro e c’è grande affetto nei confronti della squadra.

La squadra è pronta?

Sono previsti quattro stranieri: due c’erano già, uno l’abbiamo firmato e con l’altro stiamo chiudendo. Per i giocatori giapponesi, sebbene abbia studiato parecchio, mi sono fidato degli assistenti: c’è un blocco quasi del tutto confermato.

Ha già iniziato a studiare il giapponese?

Sto iniziando un corso, ma non è per niente facile, mi sto concentrando sulle basi. Mi piacerebbe entrare soprattutto nella cultura, per mostrare la nostra tipica irruenza europea e italiana. Me ne sono accorto nelle trattative: io ne aprivo tre-quattro insieme, loro mi dicevano di sistemare una situazione alla volta. È evidente che sarò io a dover fare un passo verso di loro.

Le fa effetto essere il primo italiano che allenerà in Giappone?

Sì e mi rende rende orgoglioso. Spero di riuscire a portare la cultura italiane della pallacanestro anche in Giappone, magari facendo da apripista per altri colleghi. È importante che la scuola italiana dei tecnici possa varcare i confini dell’Italia e dell’Europa. Intanto, questo è un basket sempre più attrattivo: Xavier Sneed giocherà qui la prossima stagione, il suo prossimo allenatore mi ha già chiesto informazioni e abbiamo avuto un confronto. Intendo comunque onorare la nostra pallacanestro, al netto dei risultati che saranno importanti anche qui, anche allineandomi al livello di rispetto e cultura che qua non sono aspetti secondari.

Facciamo un passo indietro, in Italia. È felice per Venezia in finale scudetto?

Ha avuto grandi meriti e sono molto contento. È una squadra in cui c’è grande talento, sono felice che sia tornata in finale dopo sette anni. In finale può succedere di tutto, il pronostico non è scontato. Tutto passa, ma le società serie restano e questo è un risultato importante.

Come si è lasciato con Cantù?

Premessa necessaria: io la priorità l’avevo data a Cantù, poi le cose sono andate diversamente. Io auguro il meglio a Cantù, ai tifosi: ho avuto attestati da tante persone e dalla società, ricambio tutto. Sono stati pochi mesi, ma intensi. Dico di più: se un giorno si presentasse la possibilità, mi piacerebbe tornare.
L.Spo.

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