Le maglie azzurre nel centro di Londra e uno stadio-teatro

Il racconto. Emirates tutto esaurito, ci sono anche 200 lariani e i mitici Kacs. L’emozione di Cesc. La divisa della squadra? Sembra quella... dell’Inghilterra

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Inviato a Londra

Il mondo delle bombette e degli ombrelli di “Fumo di Londra” forse non c’è più, quello dei Beatles resiste a fatica, sicuramente si è volatilizzato quello degli hooligans. E di una certa letteratura legata al tifo inglese che ha fatto sognare e imparare a tifare gli italiani.

Non ci riferiamo certo all’hooliganismo, per carità, quello no, ma al carico di fascino e prosopopea che si portava dietro quel mondo e che faceva presa sui sedicenni italiani, forse anche più giovani, che alla fine degli anni Sessanta, inizio dei Settanta decisero che lo stadio non era solo una occasione di vedere una partita, ma di partecipare, di ergersi ad attori protagonisti. Ragazzini che si rinchiudevano in una cantina ad ascoltare Fearless dei Pink Floyd, dell’album Meddle, brano che si chiudeva con i cori dei tifosi del Liverpool, la famigerata curva Kop, dove scorgevi battimani all’unisono, sciarpate e la calata al gol, migliaia di corpi che correvano verso il basso, schiacciandosi in un effetto marea esaltante. Così l’Italia imparava a tifare, così in Italia si creava il mito del tifo inglese.

E così, oggi, arriva l’occasione dell’amichevole Arsenal-Como, per andare a verificare di persona che tutto questo è un mondo finito. In 175 sono venuti da Como. Antipasto Champions, ci sarà da spendere parecchio per viaggiare durante l’anno, non è che si poteva immaginare un esodo, seppure vacanziero. Comunque già il giorno prima del match in giro per il centro si vedevano le maglie dei tifosi del Como. Per il resto c’erano solo quelle dell’Arsenal, tantissime, forse perché c’è un successo Premier da festeggiare.

E forse è per questo che all’Emirates Stadium c’è il sold out. Questo catino moderno, eretto in periferia nord, non centra più nulla con Highbury, incastonato tra le case, mito inglese, come altri trasformati in nome della modernità e della sicurezza. Highbury, oggi diventato quartiere residenziale, ti fa pensare al leggendario libro&film “Febbre a 90”, la bibbia laica di ogni tifoso. L’Emirates Stadium è un’altra cosa, anche se le maglie rosse a maniche bianche cercano di riportarti a Nick Hornby. A fatica.

Per dirla in modo volgare, uno stadio come l’Emirates Stadium è la quinta essenza, l’esempio, la rivelazione di tutto ciò che in Inghilterra è successo per buttare fuori gli hooligans e per trasformare gli stadi in teatro. E anche delle rotture di scatole che a volte tutto ciò comporta a livello di accesso, declinate in Italia, tessera del tifoso, biglietti nominali, steward zelanti. Tutto diverso da “nostro” calcio. Ma, per carità, rivoluzione probabilmente necessaria.

Un ragazzo di Como è stato respinto all’ingresso di un settore non per gli ospiti perché aveva la maglia del Como. Vi ricorda qualcosa? Ma ha fatto più scalpore vedere l’ingresso nel settore dei tifosi del Como di tifosi inglesi (i Kacs certo, quelli che vengono una volta all’anno dall’Isola di Wight, ma anche di battitori, singoli, da altre città, con addosso la maglia azzurra) che dicono «Como beautiful team» con il pollice alzato. Ecco i 200 comaschi affacciarsi nel settore ospiti, fanno fatica a farsi sentire, ma ci sono, in basso a destra, se allungano la mano possono toccare i giocatori. C’è lo striscione dei Pesi. Salutati con simpatia.

«Lake of Como, lake of Como. Fabregas…», fa un uomo con i baffi e la maglietta dell’Arsenal addosso. Già, Cesc Fabregas: emozione per lui tornare qui, sette anni da gunner, da ragazzino a uomo. Dove imparò le verticalizzazioni che ci piacciono tanto oggi. Alle 20 tutti con il naso all’insù per l’eclisse. «Poi saremo noi a oscurare l’Arsenal», si scherza in curva. Entrano in campo. Pantaloncini da trasferta blu notte bellissimi. Il Como sembra l’Inghilterra. Fabregas timidamente applaudito. Si parte.

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