Ludi a Media Inglese. Diario di un’impresa: «Como è casa mia»
L’ospite. La puntata speciale ha avuto ospite il direttore sportivo del Como: «Cesc da anni lavorava per fare il mister. Il presidente ha intuizioni speciali»
Lettura 1 min.Como
Come due anni fa, la stagione di “Media Inglese” si è formalmente chiusa (formalmente perché andrà avanti anche in estate) con una puntata speciale al Doppio Malto, stavolta nella sede di Grandate, che si può trovare online su laprovinciadicomo.it. E come due anni fa ospite d’onore è stato Carlalberto Ludi, direttore sportivo del Como, che si è reso disponibile per una chiacchierata informale, per certi versi intima, con una birra in mano e il sorriso sulle labbra. Regola d’ingaggio: vietato parlare di mercato. Dicevamo della location, la birreria. Puntata avviata con una partita di calciobalilla alla quale Ludi ha assistito divertito. Poi i temi. Il ds ha regalato qualche chicca: «Abbiamo avuto fortuna a trovare Fabregas? Dipende. Bastava guardare il suo approccio anche da calciatore per capire che avrebbe avuto talento. E del resto lavorava mentalmente già da tre anni per preparare la sua carriera in panchina.
Ricordo bene che, dopo due settimane di lavoro in prima squadra, dopo l’esperienza in Primavera, quando operatori e addetti vari mi chiamavano per avere un feedback, io risposi subito che Cesc era un fuoriclasse. Si vedeva». Poi ha parlato di Suwarso: «Come raccontare il presidente? Beh, posso dire una cosa: è capitato più volte che arrivasse con idee che sembravano impossibili da realizzare, o azzardate, ma ha sempre avuto il medesimo approccio, trovare il modo per provarci. E ha sempre avuto ragione lui. E’ un manager molto abile, illuminato». Ludi ha parlato dei suoi sette anni a Como: «Ormai mi sento parte della città. Me la descrivevamo chiusa, ma le persone che ho incontrato io non lo sono, e anzi ho trovato amici che posso ormai considerare di famiglia». Poi una battuta: «Forse mi ha facilitato il fatto di dire Como con la “o” chiusa, come si dice correttamente qui...», ridendo. «A volte credo che sia giusto guardarsi indietro, e può essere anche commovente. Ricordo che ai primi colloqui con i giocatori chiesi di portarsi il kit di allenamento perché non eravamo pronti. Ma mi fidavo di Gandler e dicevo: se c’è un manager così, possiamo stare tranquilli».
Ha parlato della sua esperienza in panchina, ormai lunga cinque anni: «Ho sempre pensato che il ds debba andare in panchina perché così è a contatto con le dinamiche della squadra. Cosa sta a fare in tribuna? E’ molto bello, e utile per il mio lavoro, seguire le partite da lì».
Momenti speciali: «Tanti: quella volta che cambiammo strada tattica contro la Feralpi Salò, scompaginando i piani. O il gol di Baturina con il Bologna, con Mimmo Gatto che gli urlava “tira, tira, è la tua mattonella”».
Poi il racconto della festa con i pullman scoperti: «Abbiamo bevuto qualche birra di troppo, forse, ma è stata una festa in famiglia, dove tutti erano davvero coinvolti a riprova dell’unità di intenti».
Infine quel riferimento sempre a voler migliorare: «Io mi riferisco alla struttura, alla crescita di ognuno di noi, della mentalità, del metodo. Se poi arriva anche un punto in più in classifica, meglio». E la musichetta Champions? «La sentivo da bambino, sembra incredibile, ma è bellissimo».
Ludi a Media Inglese. Diario di un’impresa: «Como è casa mia»
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