Il gelato pericoloso

Nei giorni scorsi, il primo ministro australiano (si chiama Malcolm Turnbull: è una di quelle informazioni che nessuno sa mai al volo, come la capitale del Congo [Brazzaville, e poi ho finito le parentesi]), il primo ministro, dicevo, ha “minacciato” di mettere al bando ogni forma di crittografia. Inoltre, un minuto dopo gli attentati di Manchester e Londra, il governo britannico incominciava a far pressioni su WhatsApp perché fornisse le chiavi del suo codice.

Insomma, il dilemma tra sicurezza e privacy è diventato dilaniante e non è l’ultima delle contraddizioni che stanno facendo scricchiolare l’impianto sociale dell’Occidente.

Proviamo a pensare per un minuto che la sicurezza l’abbia vinta e che la nostra messaggistica digitale venga messa a disposizione se non di tutti quantomeno di vari enti preposti alla vigilanza e al controllo. Quale sarebbe la nostra reazione? Saremmo forse più composti e controllati nei messaggi privati? Ci guarderemmo dallo sparlare dei colleghi e rinunceremmo al pettegolezzo sulla condotta sessuale e sentimentale di chi ci circonda? Io credo di no, perché l’istinto a comunicare e la comodità dello strumento che consente di farlo prevarrebbero. I terroristi, quelli sì, smetterebbero di usare i software più noti. Noi ci ritroveremmo con la polizia in casa per aver scritto: “Ho provato il gelato menta-peperonata, una bomba”. D’altra parte, con gusti del genere la repressione ce la meritiamo.

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