Marta e Guido formavano una coppia che sembrava destinata a durare. Ma le incomprensioni, i rancori mai confessati, le aspettative tradite li hanno condotti a un punto di non ritorno: la separazione. Rimane un’ultima, dolorosa questione da risolvere: Andrea, il loro figlio unico di otto anni, diventa il terreno sul quale la loro guerra interiore assume forma concreta. Entrambi amano Andrea, entrambi desiderano essere presenti nella sua vita. Ma desiderano tempi, priorità, spazi diversi — e non sanno come mediare tra ciò che è giusto per lui e ciò che ciascuno vorrebbe per sé. Per questo Marta e Guido si rivolgono al tribunale dei minorenni, chiedendo che una sentenza stabilisca in via definitiva quanti giorni il bambino debba trascorrere con la madre e quanti con il padre. È l’inizio di un processo che si svolge attraverso colloqui, perizie, incontri e conflitti interiori. Il magistrato incarica una psicologa di condurre dei colloqui individuali con i genitori, e anche con Andrea stesso. In questi momenti — carichi di tensione, silenzi, sottrazioni e condivisioni — emergono le debolezze, le ombre e i frammenti di rancore che ciascuno porta con sé. Marta è ferita, determinata, ha paura di cedere terreno; Guido alterna momenti di rabbia, stanchezza e desiderio di redenzione. Le loro parole, spesso sussurrate o bloccate, diventano armi, ma anche confessioni involontarie. Andrea, da parte sua, è spaventato dal ruolo che gli viene imposto: conteso, guardato con sospetto, diviso tra due mondi adulti che lo conducono. È nervoso, irrequieto, spesso arrabbiato. Vorrebbe poter decidere da solo, ma non può. In certi momenti chiede in regalo un pappagallo — non tanto per l’animale, ma per avere qualcuno con cui parlare, qualcuno che ascolti (senza giudicare) il suo malessere.