Sentimental Value è una storia che ne contiene molte, e proprio per questo finisce per raccontarne una sola, essenziale. È la storia di una casa che conserva tracce invisibili, di una famiglia segnata da assenze e silenzi, del legame irrisolto tra due sorelle e, soprattutto, del rapporto fragile e doloroso tra un padre e una figlia. Al centro ci sono un regista e un’attrice — interpretati da Stellan Skarsgård e Renate Reinsve — uniti da un amore che non riesce a trovare spazio tra risentimenti, parole mancate e ferite mai rimarginate. Il loro è un rapporto fatto di distanza emotiva più che di conflitto aperto, dove ciò che pesa di più è ciò che non viene detto. Il cinema e la recitazione diventano allora non solo mestiere, ma possibile forma di terapia, linguaggio alternativo per provare a ricucire ciò che nella vita privata resta spezzato. Nel racconto si intrecciano anche i confronti tra le due sorelle, specchi diversi di uno stesso dolore familiare, e la casa assume il ruolo di archivio emotivo: un luogo che trattiene la memoria, i fantasmi, le aspettative disattese. Tutto è attraversato da una malinconia persistente, da una tensione affettiva che non esplode mai del tutto ma resta sospesa, come una nota lunga e trattenuta. Con Joachim Trier, il film imbocca con decisione la strada del melodramma familiare scandinavo, evocando atmosfere e fantasmi bergmaniani. Trier alza l’asticella del suo cinema, sia sul piano formale sia su quello narrativo, concedendosi maggiore ambizione e libertà espressiva. Questa scelta rende il risultato talvolta ambivalente: il film si dilata, si permette deviazioni e indulgere emotive che ne indeboliscono la compattezza. A sostenere l’opera, però, c’è una scrittura solida e un cast di altissimo livello, capace di dare corpo e profondità a ogni non detto. Se la struttura fosse stata più compatta, la forza dei sentimenti in gioco — l’amore imperfetto tra padre e figlia, la complessità del legame tra sorelle, la malinconia che attraversa ogni relazione — sarebbe emersa con un’intensità ancora più travolgente. Rimane comunque il ritratto sincero e vulnerabile di una famiglia che cerca, attraverso l’arte, un modo per sopravvivere alle proprie fratture.