Mercoledì 02 Maggio 2012

Nelle case ferite dal sisma
con i pompieri di Como

L'AQUILA Maurizio appende un pezzo di cuore e un paio di ultimi sguardi sulle cicatrici che sfregiano l'appartamento della madre.
«E adesso chi glielo spiega com'è ridotta la sua casa? Prima di venire qui mi ha detto: "Guarda se ci sono danni, che chiamiamo Torquato il falegname così dà due stucchi qua e là". Due stucchi...». Ferruccio Righetto, caposquadra dei vigili del fuoco, sorride e appoggia con fare consolatorio l'ampia mano sulla spalla di Maurizio: «Dovrà dare qualcosa più di due stucchi, Torquato il falegname». Dopo le lacrime, un sorriso.

Civico uno di via Pallante. L'Aquila centro. La città fantasma è tenuta assieme dai pali di legno piazzati dai vigili del fuoco sulle facciate delle case, agli angoli delle vie, su muri che minacciano di lanciarsi di sotto da un momento all'altro. Assieme ai pompieri di Como entriamo nelle case degli aquilani.

Quelle rimaste miracolosamente in piedi, ricamate dai segni del terremoto.
Tra soggiorni, cucine e camere da letto il tempo s'è fermato alle 3,32 del 6 aprile. Coperte frettolosamente scostate sono rivestite da un sottile strato di calcinacci, divani e pavimenti rivestiti da suppellettili, fornelli travolti da piastrelle.

Il centro dell'Aquila è bollato "zona rossa".
Il che significa che si entra solo se accompagnati dai vigili del fuoco.
Nessuna eccezione. I residenti, sfollati per lo più nelle tendopoli che sembrano cingere d'assedio il capoluogo d'Abruzzo, per rientrare nelle loro case devono presentarsi nel camper rosso dei pompieri e prenotare la visita a ciò che resta di una vita presa all'improvviso a scossoni.

È un caldo pomeriggio di sole. E i pompieri di Como (una squadra è sempre presente nelle zone del sisma) sono assegnati proprio a questo compito.
Il primo ad essere accompagnato a recuperare alcuni indumenti da ginnastica del figlio è proprio Maurizio. Si parte. E si entra nel cuore sanguinante della città. Non fosse per le magliette granata dei vigili del fuoco, il meraviglioso centro di questo gioiello pieno di storia sarebbe completamente deserto. L'auto di Maurizio precede il camion comasco guidato da Rosario Albonico su una viuzza in salita. All'incrocio con via Pallante auto e mezzo dei pompieri si fermano. Il tempo di indossare un caschetto giallo e di alzare lo sguardo verso la casa puntellata per evitarne il crollo e gli occhi si velano di lacrime: «È davvero mal ridotta, vero?», chiede con la speranza di sentire un «no» (che non può essere pronunciato) per risposta.

Maurizio vaga per le stanze come un pugile alle corde. Dopo una ventina di minuti afferra una borsa e ci mette dentro alcune cose del figlio, la cui stanza è coperta di libri, dvd, giochi della playstation lanciati un po' ovunque dalla scossa del 6 aprile. «Posso salire a casa di mia madre? Vedo se prendere qualcosa anche a lei...». I pompieri difficilmente negano una mano e un po' del loro tempo, anche se sanno che Maurizio non prenderà nulla. Ma si limiterà a guardarsi in giro. La «casa di mamma» è al secondo piano, oltre una scala mal ridotta. All'inizio del pianerottolo c'è un appartamento aperto. Dentro ci sono quadri ovunque, su pareti dove sembra essere passato un uragano. I dipinti se ne stanno appesi, come e per quale miracolo non è dato saperlo. Poco più avanti c'è «casa di mamma».

Dentro è un macello: «Povera. E ora chi glielo dice che Torquato il falegname non basta certo per sistemare questo disastro?».
Paolo Moretti

(31/5/2009)

p.moretti

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