Appiano e la nuova Inter
«Thohir pare una brava persona»

La “casa” dei nerazzurri attende con interesse il dopo-Moratti. Siamo andati in paese a tastare il terreno

Rombano i motori all’uscita della Pinetina. Zanetti e Milito lasciano il centro sportivo dell’Inter salutando i pochi tifosi al cancello. Tutto è compiuto. Da poche ore Massimo Moratti ha ceduto il 70 per cento delle quote a Erick Thohir.

Un salto nel vuoto? Un’operazione rischiosa? Moratti dice che «l’Inter è in buone mani». Vien voglia di credergli, la trattativa è stata lunga e complessa. Ma un po’ di diffidenza è più che lecita. Alla bancarella che accoglie i tifosi nel viale che porta al centro sportivo “Angelo Moratti” i bambini si fanno stampare i numeri e i nomi dei giocatori sulle magliette nerazzurre. «Sto pensando di realizzare una maglia celebrativa per Moratti – dice il titolare -, glielo dobbiamo: a me questo Thohir non convince neanche un po’, ma il presidente avrà preso tutte le informazioni. Non si vede mai questo “magnate”… speriamo che non faccia come lo sceicco del Malaga, che quando si è stancato ha messo in crisi la società».

Bancarella e chioschetto dei i panini, sembra di essere all’esterno di uno stadio. Ma c’è poca gente: «Quando c’era Mourinho, qua si lavorava sempre. Sono cambiati i tempi, magari con Thohir ritorna tutto come prima», dice il proprietario (milanista) del camioncino che dispensa birre e salamelle.

Ivano Orsi di Lucca, nei paraggi per lavoro, non è troppo convinto: «Moratti è l’Inter, i nostri successi non sono poi così lontani. Spero che accetti di restare in società con la carica di presidente: dobbiamo tornare competitivi in Europa, ora c’è troppa distanza con i grandi club».

A pochi metri, un capannello di tifosi discute animatamente. Tra gli argomenti c’è anche la questione societaria. «Capiremo tutto alla prima campagna acquisti – dice Giovanni Modarelli -: ora è difficile dire se Moratti abbia fatto bene o no a vendere».

«Ma no suvvia, Moratti non poteva fare altro che cedere la società – replica Albino Serra -: mi dispiace, perché diciotto anni di presidenza, più quelli del padre, non si dimenticano. A me l’indonesiano piace, si presenta bene».

Leggi il servizio completo ne La Provincia in edicola mercoledì 16 ottobre

© RIPRODUZIONE RISERVATA