Lunedì 15 Luglio 2013

Bossi a Lezzeno,

capolinea di un’era

«Quanti errori»

Poco pubblico ad ascoltare il comizio del Senatore nella piazza municipale di Lezzeno. Bossi ha parlato del Governo, di immigrazione e della necessità di stabilire nuovi contatti commerciali e industriali con la Confederazione elvetica
(Foto by Fotoservizio carlo pozzoni)

Como

Tutto inizia e tutto finisce qui, a Lezzeno, il paese senza fortuna, “che d’inverno g’ha mia il sùul e d’estàà manca la luna”.

Il ghigno della malattia e i quaranta curiosi che ascoltano Umberto Bossi nel piazzale municipale addobbato per la festa della Lega, ricordano a tutti che la fortuna gira, e che la vita sa essere spietata.

Tre decenni di storia non bastano a farti passare prima di un panino con la salamella, questo dice il destino. E quando verso le 21.30, il senatore arriva scortato da Armando Valli e da Leonardo Carioni - i due granatieri di Cambronne, quelli che muoiono ma non si arrendono - Lezzeno diventa Waterloo, e nessuno si schioda più dalla fila per la birra e le patatine, brandendo posate come moschetti.

A pancia vuota la memoria è ancora più corta. Poco importa che proprio qui la Lega abbia mosso i suoi primi passi, che su queste strade l’Umberto e l’Armando abbiano macinato chilometri in Cinquecento per convincere quattro gatti che la rivoluzione era possibile, non conta nulla che proprio da questo pulpito sia partita l’incredibile avventura politica della Lega.

Trent’anni dopo, sul lago, i gatti sono gli stessi di quei primi giorni. Tre ragazzini con un fazzoletto verde al collo, qualche bambino che rincorre un palloncino sulle note delle “tagliatelle di nonna Pina”, e un esercito di gourmet da sagra che non si separa dai piatti riempiti dallo staff della Nata, al secolo Natalina Valli, la sorella del Mandell, più che una donna un monumento.

Il deputato Nicola Molteni riassume lapidario il senso della debacle, di questo piazzale semi deserto, lo stesso da cui un tempo il capo tuonava e il San Primo vibrava: «Abbiamo rischiato di mandare all’aria trent’anni di storia».

«Paura che tutto potesse finire»

Bossi sale sul palco. Indossa una camicia verde e un paio di sandali. Per la milionesima volta, a fianco di Carioni e del Mandell, scippa alla Patria il Va’ Pensiero e le sue aure dolci che salgono dal lago. Impugna un microfono e attacca a parlare con i granatieri che annuiscono, liturgia immobile e stantia, eterna anche davanti al deserto: «La nostra unica speranza è la Svizzera - dice - Il nord deve raggiungere un accordo di coordinamento industriale e commerciale per riaprire i forzieri delle banche. Quelli di là dal confine sono strapieni di soldi che attendono solo di essere investiti».

È un’idea la cui paternità attribuisce a Maroni, che «ogni tanto dice qualcosa di giusto». Va a ruota il senatore. Ne ha per il Papa e per il suo viaggio a Lampedusa: «Ci sono cento milioni di immigrati che premono alle nostre porte, non possiamo accoglierli... La Bossi-Fini, la mia Bossi-Fini, li tiene dove sono... Qui non c’è lavoro... Dovremmo pensare a un accordo. Voi ci fate sfruttare le vostre risorse, il vostro petrolio, il vostro gas naturale. Noi accogliamo i vostri immigrati».

Ma quella di Bossi, stasera, è anche una sorta autodafé, lacrimoni e autolesionismo (cita il figlio che ha vinto un rally, e forse non è proprio il caso), una flagellazione sulla quale aleggiano i fantasmi della prima Lega, quella di Miglio, Formentini, Pagliarini: «Abbiamo commesso degli errori, le espulsioni, per esempio, non hanno mai pagato... Avevo paura che sarebbe finito tutto, che ci avrebbero portato via anche il Va’ Pensiero... sono contento di vedere che ci siamo ancora». La storia personale dell’Umberto e del suo movimento deve moltissimo a Lezzeno e al lago di Como, ed è paradossale che qui se ne celebri l’epilogo.

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