«Da Como i soldi   per finanziare la jihad»
Il Tribunale di Como

«Da Como i soldi

per finanziare la jihad»

Iniziato in corte d’Assise il processo sui flussi di denaro che sarebbero andati ai guerriglieri siriani

Non c’è dubbio che Ayoub Chaddad, casa a Ponte Lambro, 42 anni, due dei quali trascorsi in carcere a Cosenza in attesa di giudizio, se c’era da parlar male del regime di Assad e inneggiare alla rivoluzione siriana era in prima fila a farlo (anche e soprattutto sui social). Ma alla domanda precisa dell’avvocato Sandro Clementi, ovvero il difensore del siriano finito a processo con altri 12 imputati davanti alla corte d’Assise di Como in quanto accusato di finanziamento del terrorismo internazionale, su quale fosse la prova che dimostrasse il passaggio di denaro da Chaddad alle organizzazioni terroristiche attive in Siria, il primo teste dell’accusa ha dovuto ammettere che la “pistola fumante” non esiste.

La corte d’Assise

È il primo processo italiano per finanziamento al terrorismo, quello che si è aperto ieri mattina a Como. Davanti ai giudici popolari - come avviene per i casi di omicidio - 13 imputati (quasi tutti cittadini siriani) la maggior parte dei quali residenti e operanti nella nostra provincia.

Tre gli imputati chiamati a rispondere dell’accusa più grave, ovvero aver finanziato organizzazioni terroristiche: Ayoub Chaddad, come detto, Subhi Chdid anche lui di Ponte Lambro e Anwar Daadoue, residente in Sardegna.

Ma accusati di associazione per delinquere finalizzata anche al finanziamento di organizzazioni terroristiche sono tutti gli imputati. Tra i quali Cristina Agretti, 45 anni di Colico (unica italiana finita sotto accusa), moglie di Subhi Chdid, Youssef Chaddad di Ponte Lambro, Rami Chaddad residente a Erba, Abdulhalim Alkatibi, pure lui con casa a Erba.

A ricostruire l’indagine, coordinata dalla dda di Brescia che fece scattare numerosi arresti ormai nel lontano 2018, è stato il colonnello Alessandro Cavalli, all’epoca in servizio al servizio centrale criminalità organizzata della Guardia di finanza. L’inchiesta è partita con degli accertamenti sui trasferimenti di denaro compiuti attraverso money transfer verso nazioni “calde” sul fronte dei conflitti. In particolare incrociando i dati sulle operazioni sospette con il database Casa (Comitato Analisi Strategiche Antiterrorismo), nel quale sono conservati i nomi di sospetti foreign fighters, sono emersi una serie di trasferimenti di denaro che hanno fatto nascere il sospetto fosse in atto un’attività di finanziamento di alcune frange di guerriglieri anti Assad, il presidente della Siria protagonista di una violenta e feroce guerra interna contro gli oppositori.

I guerriglieri

Alcune di queste frange di guerriglieri facevano riferimento ad Al Nusra, considerata a livello internazionale come un’organizzazione terroristica vicina all’Isis. Ma altri contatti, riscontrati dagli inquirenti, riconducono sì a foreign fighters ma appartenenti al Free Syrian Army, gruppo di opposizione armata ad Assad che è tutto fuorché un’organizzazione terroristica, visto che gode anche di appoggi dall’occidente.

Il processo che si è aperto ieri rischia di essere particolarmente complicato. Anche perché a fronte di un lavoro investigativo che a detta degli stessi difensori è stato condotto in modo esemplare, tutto l’aspetto legato all’accertamento dei singoli fatti da parte della procura distrettuale di Brescia sembrerebbe molto indiziario.

Di certo si preannuncia un processo lungo, nel quale la parte indubbiamente più interessante sarà il racconto dell’infiltrato della Gdf che carpì proprio la fiducia di Ayoub Chaddad per riuscire a ricostruire l’intricata rete di contatti tra i siriani d’Italia che combattevano il regime di Assad.


© RIPRODUZIONE RISERVATA