«I nostri due ragazzi  ammazzati dai boss»

«I nostri due ragazzi

ammazzati dai boss»

Parlano la mamma e la sorella di Salvatore e Antonio Deianira

«Vivevano per noi, vivevano per la loro famiglia»

A casa Deiana c’è una vecchia fotografia conservata in una cornice sottile. Raffigura due bimbi che si tengono per mano accanto a una bici “da cross” con le rotelle, un trabiccolo alto mezzo metro di quelli che, negli anni Settanta, riempivano i sogni di una generazione tutta bubblegum, figurine, calcio e ginocchia sbucciate.

«Questi erano i miei fratelli», dice Antonella all’indomani del ritrovamento del corpo di Salvatore, ucciso e sepolto a testa in giù come un cane randagio in un bosco della Bassa, nello stesso giorno in cui ci si accorge anche che la cronaca ha scritto in fretta, troppo in fretta la sua versione.

Prima che ragazzi “sbagliati”, prima che “tossici” (quantomeno Salvatore), prima che comparse di una vita scorsa fulminea dentro e fuori dal carcere, entrambi quegli scolaretti con il grembiule bianco e il ciuffo da discoli, erano stati bambini, entrambi adolescenti e ragazzi, uomini, cristiani, esseri umani.

È di questo, e non d’altro, che oggi vuole parlare mamma Chiarina, dalla quale Antonella ha ereditato una forza d’animo che mette i brividi: «Vivevano per me, vivevano per la loro famiglia», ricorda tra le lacrime, mentre il pensiero corre agli anni in cui Salvatore incontrava in carcere la sua sorellina e con il labbro che tremava la pregava di «chiedere scusa alla mamma per tutto quel dolore», per le sue scemenze, le “cazzate”, e la droga, che in definitiva era la causa di tutti i suoi mali.

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