Mercoledì 27 Novembre 2013

Referendum sulle fusioni

Trentamila comaschi al voto

Sono quasi 30mila i comaschi che domenica andranno al voto per decidere il futuro dei loro Comuni, destinati a fondersi in realtà amministrative di maggiori dimensioni. Le proposte di referendum approvate alla fine dello scorso settembre dal consiglio regionale sono 18, e riguardano 56 Comuni lombardi, 23 dei quali in provincia di Como.

Da noi, i progetti di fusione da votare sono sette. Riguardano: Bellagio e Civenna; Lenno, Tremezzo, Mezzegra e Ossuccio; Faloppio, Ronago e Uggiate Trevano; Claino, Corrido, Porlezza, Valsolda e Val Rezzo; Drezzo, Gironico e Paré; Menaggio, Grandola, Plesio e Bene Lario; Pianello del Lario e Musso. In ballo c’è il destino di 45mila comaschi. Se tutto andrà come previsto, si ritroveranno a vivere all’interno di Comuni più grandi e più ricchi, anche se per il momento è ancora difficile stabilire di quanto.

L’unica certezza, al di là della possibilità di sforare il cosiddetto “patto di stabilità”, riguarda i trasferimenti statali (sempre che il governo confermi l’attuale copertura finanziaria). In base al decreto legge 95 del 2012, i Comuni che raggiungeranno la fusione potranno usufruire, per un periodo di dieci anni, di un surplus di trasferimenti pari al 20% delle somme cedute dall’erario nell’anno 2010. Un esempio: il Comune di Faloppio, nel 2010, ottenne trasferimenti per 754.833, 71 euro. A fusione avvenuta ne otterrà 150.966,74 - cioè il 20% - per dieci anni, pari a un totale di 1.509.667,42.

Il confronto con gli altri Paesi

La nascita di nuovi enti territoriali risponde alla necessità di razionalizzare la macchina amministrativa e di risparmiare denaro. A prevedere la modificazione delle “circoscrizioni territoriali dei Comuni” - demandandone la competenza alle Regioni - è prima di tutto l’articolo 15 del decreto legislativo 267/2000: con l’obbligo preventivo di sentire il parere della popolazione, il legislatore aveva posto, quale vincolo, il divieto di costituire Comuni che avessero una popolazione residente inferiore alle 10mila unità, con la sola eccezione prevista nel caso in cui i nuovi centri fossero nati da una fusione. I cosiddetti “piccoli Comuni”, quelli con meno di 5mila abitanti, in Italia sono 5.693, pari al 70% dei 8.093 totali. Millecinquecento si trovano in Lombardia, 160 quelli in Provincia di Como.

In realtà, negli altri paesi europei, il numero delle piccole municipalità è di molto maggiore. Nella virtuosissima Germania, per esempio, sono 12.104.

Negli anni Settanta, prima delle riunificazione con la Ddr, la Germania federale ne contavano addirittura 25mila, poi scesi a 8.500. Oggi il 76% dei Comuni tedeschi conta meno di 5mila abitanti, e dà ospitalità soltanto al 16% della popolazione. Cifre da capogiro in Francia: ci sono 36.682 Comuni, in cui, nel 95% dei casi, risiedono meno di 5mila persone, tanto che anche da queste parti il legislatore ha avviato progetti di fusione e di cooperazione.

Dagli stipendi ai servizi alla persona

Il problema è quello di stabilire che generi di beneficio trarrà l’erario da eventuali accorpamenti. Se ne parlerà, per esempio, il prossimo 9 dicembre nel corso di una tavola rotonda organizzata a Villa Gallia dalla Uil Fpl di Como. Così il segretario Vincenzo Falanga: «L’obiettivo dell’incontro è proprio questo; stabilire cioè se si proceda davvero a una razionalizzazione delle spese e a un incremento della qualità dei servizi erogati ». La Uil di Como ha preparato un dossier nel tentativo di fornire risposte a partire dall’esempio più recente, quello del Comune di Gravedona ed Uniti, nato nel 2011 dalla fusione tra la stessa Gravedona, Consiglio di Rumo e Germasino.

Per quanto attiene agli indennizzi e agli stipendi di sindaci e assessori (uno dei parametri di valutazione, senz’altro non l’unico), il beneficio per l’erario si produce solo nel caso di fusioni che consentano di creare realtà con più di 10mila abitanti.

A Como, se passeranno i sì, capiterà soltanto per Faloppio, Ronago e Uggiate.n

stefano ferrari

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