Valsolda, spiava la vigilessa  L’ex comandante patteggia 8 mesi
L’auto di servizio della polizia locale di Valsolda e, sullo sfondo, il municipio (Foto by Selva)

Valsolda, spiava la vigilessa

L’ex comandante patteggia 8 mesi

Nel sistema di videosorveglianza aveva inserito la targa della collega

L’ex comandante della polizia locale accusato di aver spiato, attraverso le telecamere del Comune, la vigilessa che lavorava con lui, ha scelto di patteggiare la pena. Otto mesi di reclusione - con la sospensione condizionale - per l’uomo di 45 anni, finito davanti al giudice delle udienze preliminari con l’accusa di accesso abusivo a sistema informatico. La vicenda, che ha portato al licenziamento da parte dell’ex commissario prefettizio - confermato dal giudice del lavoro - dell’ex comandante, risale all’estate 2019, quando, quasi per caso, l’8 luglio la vigilessa in servizio per la polizia locale di Valsolda era entrata nel sistema di videosorveglianza per controllare la targa di un’auto, su richiesta della Questura di Milano, e ha scoperto di essere stata lei stessa controllata dal suo diretto superiore. Il caso ha giocato un suo ruolo, in questa vicenda. Infatti la targa da controllare per conto di Milano aveva le due lettere iniziali e il primo numero uguali alla vettura della vigilessa. È stato così che l’agente si è accorta di essere finita nella black list del sistema che controlla le 16 telecamere (volute proprio dall’ex comandante) piazzate sul territorio di Valsolda.Superato lo stupore, la vigilessa ha scoperto pure che altre due vetture erano finite nella blacklist, che lancia gli alert quando individua le targhe considerate “interessanti” dal sistema: quella del suo compagno e di un’altra persona legata alla sua famiglia. L’ex comandante si era sempre difeso sostenendo di aver sì effettuato degli accessi nel sistema di videosorveglianza per controllare gli spostamenti della vigilessa, ma di averlo fatto per controllare delle voci raccolte in paese su un possibile doppio lavoro in Svizzera. Quella giustificazione, in sede di ricorso contro il licenziamento, non aveva retto. Tanto che il giudice del lavoro aveva confermato il provvedimento di allontanamento per giusta causa. Nel corso dell’indagine era emerso un episodio avvenuto un anno prima sul quale decise di non fare denuncia, ma che spiegherebbe l’interessamento dell’uomo agli spostamenti della collega. La donna si accorse che curiosamente, quando arrivavano messaggi whatsapp, sul suo smartphone, suonava anche il cellulare del suo comandante. Alla fine l’ex comandante ha scelto di patteggiare la pena.

(Paolo Moretti)


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