Martedì 23 Giugno 2009

Ratti-Marzotto, si accelera
Firma accordo entro fine luglio

Como - Quindici, al massimo trenta giorni, ma entro la fine di luglio il primo significativo accordo dovrà essere concluso. Sul tavolo di Donatella Ratti il piano scritto per l’operazione Marzottto, è categorico. Tempi stretti, il più possibile: entro la fine di luglio si arriverà a firmare una lettera d’intenti fra i due Gruppi con il primo passo sul programma d’integrazione industriale. E dall’inizio di settembre alla fine di dicembre, i due vertici con i rispettivi team tecnici si vedranno per studiare e definire i dettagli operativi, industriali e organizzativi dell’operazione societaria. L’obiettivo è far partire la partnership da gennaio 2010. E ieri, su sollecitazione della Consob, il gruppo Ratti ha confermato «l’avvio di un processo di analisi e approfondimento» da parte del gruppo Marzotto «volto al rafforzamento patrimoniale» della società comasca. Ratti ieri ha precisato inoltre che «alla data odierna non ci sono impegni di sorta, né vincoli di esclusiva tra le parti, fatti salvi i consueti accordi di riservatezza». «Ogni ulteriore notizia in merito all’evoluzione del progetto - conclude la nota - sarà resa prontamente nota al pubblico». Lo scenario quindi è abbastanza definito: da una parte Donatella Ratti vuole vendere. Dall’altra il ramo della famiglia Marzotto che fa capo ad Andrea Donà Dalle Rose (azionista di riferimento), e che ha messo gli occhi sull’industria serica di Guanzate, ha fatto sapere che «vuole comprare e avere il controllo dell’azienda». Anche perché, in questo momento, questo ramo che controlla la parte tessile dell’industria di Valdagno è forte di una liquidità di 500-600 milioni derivanti dalla divisione della famiglia dopo l’uscita di scena - due anni fa - del patriarca Pietro Marzotto. Ora, fanno sapere dal loro quartier generale veneto, «è arrivato il momento di investire». La partita entra quindi nel vivo. E rispetto alla riservatezza che finora ha accompagnato il piano, da una decina di giorni la vicenda sembra aver registrato un’accelerazione. Il parallelo regge fino ad un certo punto, ma viene in mente la partita che Sergio Marchionne, nel 2005, stava giocando con General Motor per riscattarsi dalla cosiddetta operazione put, in un momento in cui la Fiat era letteralmente sull’orlo del fallimento. Raccontava allora l’ad del Lingotto: mi sentivo nella situazione di una di quelle squadre che giocano bene, ma che di solito perdono, e si preparano ad affrontare la quindicesima partita dopo quattordici sconfitte. Ecco, con le dovute proporzioni, anche Donatella Ratti sembra stia approntando la sua «quindicesima» partita. E nonostante la giochi fuori casa, l’intenzione è quella di vincerla. Racconta un membro del board dell’industria di Guanzate: due sono i punti cardine di questa trattativa. La prima: non è una questione di soldi. O quantomeno la Ratti non cerca prioritariamente un braccio di ferro sul valore dell’operazione, su quanto più potrà portare nelle casse dell’azienda. Secondo: la vera priorità della vendita è cercare un’integrazione che rilanci l’attività industriale sui mercati e che possa interrompere l’andamento negativo dei conti economici. L’urgenza è porre fine alle perdite, quanto meno alleggerirsi del debito finora accumulato: la Ratti arriva da anni consecutivi di rosso. Il 2008 ancora si è chiuso con un fatturato consolidato di 98,6 milioni di euro rispetto ai 112,4, in calo del 12,3% e una perdita di 13,3 milioni dopo aver ridotto il capitale sociale della capogruppo da 34 a 6,8 milioni per ripianare 27 milioni di perdite accumulate. Il primo trimestre 2009 ha confermato una situazione in peggioramento dei ricavi (-33,2%) e le stime parlano di un’ulteriore discesa anche per l’intero anno 2009. Da gennaio è scattata la cassa integrazione straordinaria per crisi aziendale che interessa 520 addetti su un totale di 862 dipendenti. La Ratti, poi, è società quotata in Borsa (la famiglia Ratti è la prima azionista del gruppo con una quota complessiva pari al 61%: il 24,9% nelle mani di Donatella, il 24,8% controllato dall’eredità Parodi Delfino, un 8,5% dalla Sofist e da un 2,3% dal manager Ratti, Luigi Turconi. Tra gli altri soci rilevanti figura poi Mediobanca con il 5,5%. Da Piazza Affari, poi, le notizie non sono migliori: nell’ultimo anno il titolo ha perso il 28,2%. Questo il quadro d’emergenza. E la prospettiva potrebbe ribaltarsi con l’arrivo di Marzotto. Da Guanzate fanno sapere che l’integrazione avrebbe un forte senso industriale e - lasciandosi scappare un confronto legato al territorio - quasi maggiore della precedente integrazione Mantero-Tessuto. Nella nuova prospettiva, Ratti-Marzotto, uno specializzato nella seta, l’altro nella lana, affiancherebbero due produzioni d’alta gamma e completerebbero l’offerta sulle fibre nobili del tessile. In più - come già avviene per altre industrie - la Ratti diventerebbe «fornitore» di tessuti d’abbigliamento di alta qualità per la divisione fashion di Marzotto, l’altro ramo della famiglia cui fa capo invece Paolo Marzotto e i nipoti Gaetano, Stefano, Nicolò e Luca, ramo che ha investito su Zignago e su Valentino Fashion Group. Insomma, l’integrazione vista da Valdagno avrebbe più che un senso e, come in tutte le operazioni di integrazione il valore che ne deriva è nella riduzione dei costi industriali, la minor sovrapposizione strutturale delle due industrie forse in termini quanto meno di organico e di funzioni limiterebbe anche il sacrificio occupazionale. Ma per i dettagli, così come lo stesso consiglio d’amministrazione, si attende il nuovo piano industriale. Con il nuovo protagonista e, forse, nuovo padrone della Ratti.
Simone Casiraghi

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