Martedì 03 Novembre 2009

Industria, crolla la produzione
Como chiede lo stato di crisi

L’industria di Como «chiede» lo stato di crisi per tutto il settore manifatturiero e chiama Roma passando da Milano: il tavolo di monitoraggio dell’economia, promosso dalla Camera di Commercio e riunito ieri con i rappresentanti di tutti i settori, i parlamentari, i consiglieri regionali e gli assessori provinciali non si è limitato all’esame della situazione che, pur ancora recessiva, presenta qualche segnale positivo. C’è un problema di fondo, un dato ricorrente per il nostro territorio: quando l’economia lombarda cresce, Como cresce meno. Quando l’economia lombarda rallenta, Como rallenta di più. Questo significa che alle dinamiche di carattere generale, si aggiungono caratteristiche comasche: la composizione settoriale del manifatturiero industriale ed artigiano; debolezze peculiari del sistema imprenditoriale, debolezza della governance territoriale e questa defaillance, proprio nei mesi più duri, è stata affrontata con un modello di coesione fra i diversi soggetti che potrebbe diventare un punto di forza. Come notava ieri Mauro Frangi, consigliere camerale per la Cooperazione e coordinatore del tavolo sulla crisi, un anno fa si riunivano per la prima volta tutti i soggetti a vario titolo responsabili delle sorti della produzione e del lavoro: da allora, non hanno smesso di dialogare. Per questo, presentano alla Regione Lombardia una richiesta corale di stato di crisi firmata fisicamente da amministrazione provinciale e Camera di Commercio, ma sostenuta da tutte le associazioni imprenditoriali e sindacali e da tutti i rappresentanti istituzionali a Roma e a Milano. «Avviamo le procedure necessarie a richiedere lo stato di crisi», hanno precisato il presidente della Camera di Commercio, Paolo De Santis e l’assessore provinciale al lavoro, Alessandro Fermi. Perché solo adesso si rivolgono alla Regione e al ministero dello Sviluppo economico? Perché finora gli strumenti individuati sembravano sufficienti e invece il periodo sfavorevole continua, rende necessario un intervento straordinario, oltre le risorse locali. È la legge n.99 del 23 luglio scorso ad offrire l’occasione. Prevede «interventi per la re-industrializzazione, le agevolazioni a favore della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione», proprio le linee lungo le quali imprenditori, sindacati e politici hanno camminato in questo anno,arrivando al novembre 2009 pronti per sottoscrivere quell’Accordo di programma, quelle regole concordate e condivise essenziali per accedere agli interventi straordinari sulle aree in crisi. È infatti una crisi d’area, quella comasca: il segno positivo, relativo all’andamento del terzo trimestre, è anteposto solo al settore del turismo, +4,1% degli arrivi, di cui +6,1% italiano e + 1,8% di presenze. I risultati degli altri settori confermano il gelo, tutti segni negativi, con l’andamento del legno mobile peggiore di quello del tessile, nel settore industriale che perde in un anno l’11,5% di produzione, il dato peggiore di tutta la Lombardia. Eppure, la timida ripresa del 2% sul trimestre precedente rivela che il fondo è stato toccato e potrebbe essere cominciata la risalita. Il risultato di Como è tra i peggiori in Lombardia per l’artigianato, l’interscambio commerciale è calato del 24% sull’anno scorso; nel settore dei servizi soffre chi stava meglio, informatica, costruzioni e commercio all’ingrosso e il commercio al dettaglio perde il 6%. Tutto questo si riflette sull’occupazione: oltre 5,2 i milioni di ore di cassa integrazione ordinaria in un trimestre; 1,6 milioni le ore di straordinaria. Quali saranno la consistenza e gli effetti degli aiuti che deriveranno dalla legge 99, se verrà riconosciuto lo stato di crisi? È la domanda serpeggiata ieri mattina, poiché non è ancora stato emesso il decreto attuativo: dipenderà dai parametri che saranno presentati. Nicola Molteni, deputato della Lega, ha sollecitato l’elenco delle azioni da avviare nell’ambito degli obiettivi di re- industrializzazione e della concessione di agevolazioni ed incentivi allo sviluppo e all’innovazione. Attualmente, la dotazione finanziaria è di 100 milioni di euro, da integrare con fondi regionali e locali. Ma la dimensione della crisi è data dalla perdita di posti di lavoro esistenti e dalla mancanza di sostituzioni: è un punto che richiede un’analisi più approfondita. Rimane infatti positivo il saldo iscrizioni-cancellazioni delle imprese. Ma la «qualità» delle nuove imprese è da soppesare.

s.casiraghi

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