Martedì 12 Novembre 2013

Il caso Sisme

arriva in Regione

Cresce la tensione alla Sisme, dopo cinque giorni di presidio permanente davanti ai cancelli della fabbrica, in difesa del posto di lavoro.

A rischio 223 dipendenti su 494 occupati. Ieri mattina, i toni si sono alzati quando il direttore del personale, Sergio Luculli, ha chiesto di consentire l’ingresso in fabbrica del gruppo dirigente e degli addetti alla sicurezza degli impianti. A fronte del rifiuto opposto dai lavoratori (entrati soltanto Luculli e la proprietà), la direzione ha dato disposizione di non consentire più l’utilizzo dell’energia elettrica e dei servizi igienici e di non fornire più legna da ardere per riscaldarsi.

Gli animi si sono accessi; ne è nata una discussione serrata tra Luculli e i lavoratori, presenti in numero massiccio ieri mattina e poi anche nel pomeriggio per l’incontro con l’onorevole Chiara Braga. Il tutto sotto l’occhio vigile di carabinieri e polizia di Stato che da giovedì controllano costantemente il presidio.

È intervenuta anche la polizia locale, in mattinata, per interdire l’accesso alla via che conduce alla Sisme, occupata dai lavoratori in assemblea.

“Forzature” aziendali lette da lavoratori e sindacati come: «Provocazioni del responsabile del personale, che cerca di forzare per dividere i lavoratori». Provocazioni respinte. «I lavoratori in assemblea hanno confermato che in fabbrica i dirigenti non devono entrare – spiega Alessandro Costantino dello Slai Cobas – Sarà invece consentito nei tempi dovuti l’accesso dei fuochisti e addetti alla sicurezza degli impianti (entrati nel pomeriggio) a conferma che siamo persone responsabili». Segnali evidenti di quanto la situazione sia tesa. «Occorre al più presto riaprire il tavolo – aggiunge Francesco Fedele, delegato Uilm Uil – Allo stato, basta poco per accendere un fuoco».

Per favorire la ripresa della trattativa, ieri è stata inviata alla Regione la richiesta di un incontro urgente.

«Riteniamo fondamentale l’intervento di Regione Lombardia, perché Sisme ritiri l’irricevibile piano industriale e assuma impegni vincolanti sull’occupazione e gli investimenti a Olgiate – scrivono Alberto Zappa (Fim Cisl), Dario Campostori (Fiom Cgil), Stefano Muzio (Uilm Uil), Cristina Brombin (Slai Cobas) - Serve un intervento urgente da parte della Regione, al fine di ricomporre il tavolo e trovare una soluzione condivisa». Si guarda all’intermediazione della Regione per sbloccare la trattativa, interrottasi mercoledì sulle condizioni per favorire la mobilità volontaria. «Il tavolo con l’azienda in Confindustria si è rotto e non ci torneremo, perché lì non ci sono più spazi di discussione – chiarisce Campostori – L’azienda subordina l’accettazione della solidarietà a fronte di una mobilità volontaria di 40-50 persone, mettendo sul tavolo incentivi insufficienti.

«Chiediamo che la procedura di mobilità aperta per 223 sia ritirata o perlomeno si chiuda un accordo sulla mobilità volontaria e quindi sui contratti di solidarietà». Brombin: «Non ha senso trattare l’uscita volontaria di 50 persone, in presenza di una mobilità già aperta per 223». Tavolo che, secondo lavoratori e sindacati, dovrà riaprirsi su presupposti diversi da quelli aziendali.

«Stavolta dovrà portare a un risultato differente da quello degli anni scorsi – precisa Zappa – Non si può discutere, come fa l’azienda, solo di esuberi e licenziamenti, ma confrontarsi su mobilità volontaria, contratti di solidarietà e impegni occupazionali a Olgiate per i prossimi tre anni.

«Siccome la tensione sta aumentando, è il caso che si abbiano interventi concreti a livello politico e istituzionale onde evitare che la situazione precipiti».

Manuela Clerici

OLGIATE COMASCO

© riproduzione riservata