Il sì di Sherwin-Williams  ai lavoratori  Ma addio alla fabbrica
La Femca-Cisl al fianco dei lavoratori di Sherwin-Williams

Il sì di Sherwin-Williams

ai lavoratori

Ma addio alla fabbrica

Accordo su buonuscita e ricollocamento. Rimane l’amarezza per i licenziamenti e la chiusura. «Piange il cuore, ho 54 anni e la pensione è lontana»

Diciotto mensilità pagate, tre mesi di sostegno per il ricollocamento del mondo del lavoro e, ancora, sì all’esodo volontario di massimo tre lavoratori. Sono questi i cardini dell’accordo che la Femca Cisl dei Laghi è riuscita a strappare alla multinazionale di vernici, Sherwin Williams Italy di Mariano. Una vittoria amara per i 40 dipendenti pronti a sottoscrivere l’intesa che di fatto conferma e apre alla chiusura del sito e al licenziamento di tutti i lavoratori entro la fine dell’anno.

«Pur con amarezza e dispiacere, siamo riusciti a ottenere un accordo con il management» spiega Carlotta Schirripa, segretario generale della Femca Cisl dei Laghi «rispetto a come siamo partiti con la trattativa, siamo soddisfatti di come si sia conclusa , ossia con il riconoscimento di 18 mensilità che avevano definito una proposta inaccettabile, l’incentivo all’esodo e il preavviso pagato a seconda del ruolo e anzianità maturati. Un risultato che abbiamo ottenuto grazie al sostegno di tutti, dei lavoratori e delle loro famiglie».

I volti che hanno animato la multinazionale ieri erano tutti davanti sito di Perticato. Una quarantina di dipendenti, solo una prossimo alla pensione, impegnati per il secondo giorno in un picchetto fuori dall’azienda che gli ha visti crescere professionalmente, ma che ora sposta la produzione nella sede centrale di Pianoro di Bologna. «Piange il cuore a doverla vedere da fuori perché anche se è una multinazionale, alla fine, arrivi a sentirla come tua» commenta Paolo Caspani da 36 anni impiegato nel laboratorio di via Mascagni.

Dopo l’incendio di cinque anni fa , l’azienda aveva ripreso a lavorare. Anzi, aveva scelto di dividere gli operai su due turni, forse, nella speranza di raddoppiare la produzione, salvo poi tornare alla giornata di 8 ore. Lo ricordano gli storici dipendenti che hanno vissuto i cambi di nome e proprietà dell’azienda, acquisita dalla multinazionale americana solo negli anni Duemila.«Abbiamo capito che qualcosa non andava quando , chiusa l’azienda per via del riscontro di un caso positivo a metà marzo, hanno iniziato a trasferire la produzione nella sede più grande nel Bolognese» spiega Pasquale Locate che ricorda «il loro obiettivo è smantellare questo sito, chiuderlo per avere a fine anno un segno positivo nel loro bilancio. Ora? Vedremo, ho 54 anni, me ne mancano ancora parecchi prima di poter andare in pensione».

La conferma

Poco dopo le 11 la conferma dell’intesa raggiunta coi sindacati. Un risultato accompagnato da un applauso amaro. Ma pur sempre di una vittoria per i lavoratori si parla che ringraziano i sindacati per aver dato loro voce sul tavolo convocato con i rappresentanti della multinazionale. «Ci siamo accorti che qualcosa non andava perché non siamo mai rientrati a lavoro. Per questo abbiamo chiesto un incontro grazie ai sindacati» aggiunge Giorgio Marelli che dopo trentatré anni di lavoro aggiunge «spiace dover cambiare così pagina». Come lui Alessandro Negroni che ammette «abbiamo notato un calo nei volumi, ma non pensavamo a questo esito». Perché la multinazionale dava sicurezza ai dipendenti. «Invece, ora la viviamo male, da 8 anni lavoravo qui» chiosa Francesco Bonvissuto che, come tutti, deve far quadrare i conti della famiglia.


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