Tessile, va in onda la crisi  «E il peggio deve arrivare». GUARDA
Alessandro Tessuto intervistato nella sua azienda: il servizio è andato in onda su La7

Tessile, va in onda la crisi

«E il peggio deve arrivare». GUARDA

Su La7 le testimonianze degli imprenditori comaschi del settore. Tessuto: «Drastico calo del fatturato, a rischio il 20% della forza lavoro»

Da una parte lo sconforto dei grandi nomi della filiera serica che lottano per non morire, dall’altra le toccanti testimonianze di persone che in quelle aziende sono cresciute e hanno sviluppato competenze uniche al mondo: volti egualmente smarriti davanti alle telecamere perchè non riescono a immaginare il loro futuro.

Drammatica la fotografia del distretto tessile comasco al centro di un ampio servizio di “Piazza Pulita”, su La7. Tra gli ospiti della trasmissione condotta da Corrado Formigli, il segretario generale della Cgl Maurizio Landini e il giornalista Sebastiano Barisoni, vicedirettore di Radio 24. GUARDA IL SERVIZIO

https://www.la7.it/piazzapulita/video/leccellenza-del-tessile-italiano-che-rischia-di-morire-11-02-2021-364873

«A marzo e a maggio ci hanno bloccato l’attività e poi il mercato non si è più ripreso. Con i negozi chiusi e la gente che non può socializzare, i nostri clienti del lusso sono entrati in sofferenza», inizia così Alessandro Tessuto, a capo dell’omonimo gruppo tessile. «Nel 2019 abbiamo fatturato 75 milioni di euro, nel 2020 ne abbiamo persi 25. Quando vedo gli stock in casa, certo non sto bene», ha continuato l’imprenditore che intravede un conto pesante per l’occupazione. «Il distretto comasco impiega 20mila addetti a fronte di un paio di miliardi di ricavi. Il peggio deve ancora venire con lo sblocco dei licenziamenti a fine marzo. C’è il fondato timore di perdere almeno il 20% della forza lavoro perché, stando così le cose, siamo in troppi». Senza nascondere un evidente turbamento, l’imprenditore a precisa domanda, elenca le categorie più a rischio: «La componente senior, i consulenti e chi opera sui rami meno redditizi».

Telai fermi

Che il settore sia in ginocchio è evidente dalle immagini della Tessitura Frigerio di Cucciago, che mostrano gran parte del parco macchine fermo. «In questo momento funzionano 8 telai su 36. Sono qui da sola, ormai lavora una per turno», dice Mirella Borzi, orgogliosamente legata all’azienda dove è entrata da ragazzina, anche se non può più contare sullo stipendio pieno e ha un arretrato di quattro buste paga. «Lì ho imparato a lavorare a telaio e se ci sono rimasta fino ad oggi che ho 48 anni vuol dire che facciamo delle cose uniche per l’alta moda. Ogni volta, che orgoglio veder sfilare i nostri tessuti!». Adesso quando entra in ditta è avvolta dal silenzio: «Non c’è quasi più rumore e sono presa dalla malinconia».

Le richieste al governo

Desolante anche la vista dei magazzini strapieni di merce invenduta mostrati da Michele Cabrini della Ti.F.A.S di Lurate Caccivio, dal ‘72 specializzata nella tintura di interni per cappotti e abiti da donna d’alta gamma. «Certe sere, dopo una giornata vuota, mi verrebbe voglia di eliminare tutto», si sfoga l’imprenditore». La nostra produzione pre-Covid era di 120/130 mila metri al giorno per un fatturato di 15/16 milioni di euro. Con l’emergenza sanitaria abbiamo perso il 30% del fatturato; la speranza è di riuscire a sopravvivere abbastanza a lungo da esserci ancora quando ci sarà un po’ di ripresa».

Cosa potrebbe fare il governo Draghi per evitare lo tsunami economico e sociale? «Pensare fin da adesso al dopo pandemia per mettere al sicuro le imprese e le fasce lavorative più fragili», ha detto Landini. «Occorre prorogare il blocco dei licenziamenti, riformare gli ammortizzatori sociali e investire nelle politiche attive. Vanno incentivati i contratti di solidarietà e introdotto il diritto alla formazione per chi dovrà reinventarsi».

«La tristezza e la gravità della situazione sono emerse chiaramente dagli intervistati che non mi sembra vedano l’ora di lasciare a casa le persone con cui hanno peraltro avuto un rapporto quasi familiare e che hanno creato valore aggiunto alle loro imprese», ha detto Barisoni. «Bisogna mantenere tutti gli strumenti di welfare, ma dare alle aziende le risorse per adattarsi alle nuove esigenze di mercato senza dover scegliere tra un pre-pensionamento e l’assunzione di un tecnico informatico».


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