«Non ero vaccinato
Ho rischiato la vita
a causa del morbillo»

La storia. Quarantenne salvato dai medici del Sant’Anna. Ora Burioni lo cita per spiegare l’importanza del vaccino. «Non capisco chi si oppone: ero praticamente morto...»

Ha rischiato la vita per il morbillo, contratto tenendo in braccio il bambino di amici. Simone Tezzon, di Meda, a 44 anni si è trovato a combattere contro un nemico inaspettato e deve ringraziare il Sant’Anna per essere vivo e poter raccontare quell’incredibile esperienza.

All’inizio del 2017 ha passato tre mesi all’ospedale di San Fermo, impossibilitato a respirare e muovere gli arti. Lì è stato curato e poi ha affrontato la riabilitazione a Mariano. Nel mentre ha perso il lavoro e ha dovuto ricominciare da zero.

A svelare la sua storia su Facebook è stato il medico Roberto Burioni, da mesi alla ribalta delle cronache per la sua battaglia a favore dei vaccini e contro le “bufale”. Burioni cita il caso di questo paziente come risposta al giornalista Marco Travaglio, che aveva detto: «Il morbillo oggi è come la peste bubbonica ma una volta era considerato quasi un tagliando che un bambino doveva fare assieme ad altre malattie». Duro il commento del medico, che riporta la storia di Simone Tezzon e commenta: «Ecco, magari questa cosa del tagliando dovrebbe spiegarla a lui».

Tezzon racconta: «Quando sono stato male mi sono precipitato al pronto soccorso di Cantù, da qui mi hanno portato al Sant’Anna. Devo ringraziare i medici, senza la loro professionalità non sarei qui a raccontare la mia esperienza». Un anno fa l’uomo si accorge che qualcosa non va: «A Natale ero da amici e ho preso in braccio il loro figlio di sei anni, ma era in salute - spiega - Dopo qualche giorno mi chiamano dicendomi che il bambino aveva il morbillo, chiedendomi se avevo fatto il vaccino. Io ho preso sottogamba la situazione perché non avevo sintomi e ho deciso di aspettare per vedere se uscivano le famose macchie. Nei giorni successivi ho preso quella che credevo una banale influenza con tosse e febbre alta, dovevo lavorare quindi mi sono imbottito di Tachipirina e ho continuato nella mia attività all’ortomercato di Milano». Poi la situazione peggiora decisamente: «Ho iniziato a stare veramente male, ma non avevo comunque macchie, ho iniziato però a faticare a respirare, per questo mi sono rivolto al pronto soccorso di Cantù da lì dopo gli accertamenti mi hanno spedito in urgenza al Sant’Anna. Il virus aveva prima preso i polmoni poi si è scoperto anche la colonna vertebrale fino alle gambe, ho subito nel tragitto due infarti polmonari, il collasso di un polmone e un’embolia polmonare. Ero praticamente morto, ma i medici non si sono arresi, il primario Luigi Pusterla e la sua equipe mi hanno riportato in vita, mi chiamano Lazzaro. Devo dire un grazie immenso a Pusterla, passava lui di persona per medicarmi la sera e ha fatto l’impossibile: gli devo la vita».

«Alla fine - chiude - anche grazie alla mia forza di volontà a giugno riuscivo a camminare con un tutore. Ho perso tanto tempo per rimettermi in piedi e ho dovuto chiudere l’azienda. Tutto perché non ero vaccinato. Io proprio non capisco come si possa mettere in discussione la vaccinazione».

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