Operatore sanitario di Erba
ferito da no vax all’ospedale

È successo nel reparto Covid del Manzoni di Lecco: «Rifiuta il casco e le cure. Mi ha tirato un calcio alla mano, fratturandola. Alla mia collega ha rotto la visiera»

Operatore sanitario di Erba ferito da no vax all’ospedale
L’operatore sanitario Achille Mambretti mostra la mano ferita

È stato aggredito da un paziente no vax nel reparto Covid dell’ospedale Manzoni di Lecco.

L’operatore socio sanitario erbese Achille Mambretti, 56 anni, è tornato a casa domenica 23 gennaio con una frattura alla mano destra: dopo aver raccontato l’accaduto alla sicurezza interna, si prepara a sporgere denuncia ai carabinieri. «Una situazione incredibile - racconta - A una mia collega ha rotto il plexiglass della visiera con un pugno».

Incontriamo Mambretti sotto la galleria di corso 25 Aprile a Erba, poche ore dopo l’aggressione. L’operatore socio sanitario (Oss) , in forza al Manzoni da più di un anno, è al telefono con il suo avvocato: stanno pianificando le prossime mosse, la prima cosa da fare sarà sporgere denuncia dai carabinieri. Mambretti ha il braccio ingessato, sul referto medico si legge “frattura scomposta del quinto metacarpo mano destra, prognosi 30 giorni”. Cosa è successo? Riavvolgiamo il nastro.

Quaranta ricoverati

«Il paziente - spiega Mambretti - è ricoverato nel reparto Covid allestito a Lecco in medicina, complessivamente abbiamo quaranta degenti. È arrivato lunedì scorso dal pronto soccorso con difficoltà respiratorie, principio di polmonite, tampone positivo e nessun vaccino: con il passare dei giorni si è reso necessario l’utilizzo del casco per la respirazione e del sondino per mangiare».

Parliamo di un uomo di circa 60 anni, un fisico possente. Per l’oss e i colleghi i problemi iniziano subito: il paziente rifiuta le cure, cerca di staccarsi casco, aghi e catetere, accusa medici e infermieri di volerlo morto. Domenica l’aggressore ha preso una bottiglia d’acqua e l’ha rovesciata contro gli infermieri, poi si è tolto il casco. «Abbiamo cercato di sistemarlo e di rimetterlo a letto, sembrava tranquillo. Alle 21 siamo usciti dalla stanza per andare da altri pazienti, ma abbiamo sentito ancora la sua voce: siamo rientrati, il casco era a terra rotto, il sondino strappato e stava cercando di togliere il catetere».

Arriviamo quindi all’aggressione vera e propria. «Mentre avevo le mani occupate per riattaccare tutto mi ha tirato un pugno sullo zigomo, per fortuna non mi ha preso bene. A quel punto ho appoggiato la mano sulla spondina del letto: mi ha tirato un calcio di netto e me l’ha spezzata. Alla mia collega ha spaccato la visiera protettiva in plexiglass, e meno male che aveva la visiera».

Seguono le medicazioni, il gesso, la segnalazione all’ufficio sicurezza dell’ospedale Manzoni, mentre il paziente viene affidato ad altri infermieri.

«Quante persone rifiutano le cure e accusano noi per il Covid? Direi cinque su cento fra quelli che entrano all’ospedale. Veniamo da un periodo durissimo, senza un attimo di riposo o una settimana di ferie per tirare il fiato, al lavoro non andiamo neanche in mensa e mangiamo un piatto freddo quando ci ritagliamo cinque minuti di pausa. È una situazione molto stressante, per tutta risposta veniamo aggrediti da persone a cui cerchiamo di salvare la vita».

(Luca Meneghel)

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