Mercoledì 10 Febbraio 2010

Il monito del prevosto
"Cantù, supera l'egoismo"

CANTU' «Dagli amici non credenti, i credenti imparino a trovare la via per affrontare i problemi. Bisogna ritrovare le coordinate per formare insieme una città più umana». L'appello di monsignor Giuseppe Longhi, prevosto della comunità San Vincenzo, arriva dall'altare di San Paolo, durante la messa solenne delle undici, nel giorno della festa patronale di Sant'Apollonia.
Sono parole, le sue, rivolte anche a chi amministra la città. Contro l'individualismo, la bramosia di denaro. Per un'integrazione migliore, a favore di lavoratori sfortunati e di stranieri. Nel nome della carità. «Che posto ha Dio a Cantù? Bisogna superare le tentazioni che ci vogliono intruppati sotto qualche vessillo, o imbalsamati nella pesantezza dell'egoismo freddo e sordo. Serve ad andare oltre la soglia della mediocrità», ha ammonito il prevosto durante l'omelia.
Frasi dure, quelle arrivate da monsignor Longhi. Ben consapevole di parlare di fronte ai vertici della città. Le prime domande sono state rivolte anche a loro, a tutti. «Che posto ha Dio a Cantù? Siamo contenti di essere insieme a Cantù? E' una città abitata da Dio? E' una città dal volto umano? Ma dov'è l'uomo? Quando il cuore è devastato dai soldi, dal potere, dal nulla, quali brutture sa generare?». «E' indispensabile riscoprire Dio e l'uomo insieme. Un uomo nuovo per una città nuova – la prima indicazione arrivata dal prevosto – Dio è nella stretta di mano solidale e fraterna, in famiglie sfrattate, nelle persone sole e abbandonate. Nel cuore di chi sa cambiare le strutture del male. Nella gratuità di una solidarietà condivisa. Nel tenere il lavoro a denti stretti, investendo e attingendo ai risparmi di una vita, per non licenziare gli operai nella speranza di reali nuove possibilità. Dio è nel disagio della mobilità, della cassa integrazione, della disoccupazione».
Monsignor Longhi ha ricordato che a Cantù la generosità c'è. «Di tutto il bene presente e operante nella nostra città ricordiamo lo spirito – la sottolineatura del prevosto – siamo chiamati a custodire il segreto di Dio che è amore e vita. Pronunciare il suo nome facendoci carico dell'altro. Diversamente, rompiamo il nome di Dio. E' come bestemmiare. Invece, è nell'amicizia ricostruita e condivisa che ci ritroveremo. Amico è parola grande: importante che la persona sia sempre al primo posto, soprattutto se vive sofferenze e disagi con anziani e minorenni coinvolti. Non l'accumulo ci porta alla gioia, ma la libertà per amare». Il prevosto ha ricordato le parole di papa Benedetto XVI nell'enciclica «Caritas in veritate»: «La carità da vera sostanza alla relazione personale con Dio e con il prossimo».

m.butti

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