Mercoledì 26 Maggio 2010

"Distruggeremo quel forno
Per noi è maledetto"

SENNA COMASCO Dentro, l'aria è parecchio viziata, al limite dell'opprimente. C'era da aspettarselo, dopo tre mesi e ventidue giorni di chiusura forzata. I sigilli giudiziari, che rendevano invalicabile la porta principale e gli accessi sul retro, sono stati tolti da poche ore. Roberto La Rosa, il titolare, entra da una porta laterale della pizzeria Conca d'Oro. Pochi passi, ci si imbatte in qualche cesta in plastica nera. E poi, il luogo della maledizione, il forno in cui è stata ritrovata la testa di Giacomo Brambilla. Il vano è ancora piombato, intoccabile. C'è una lastra di metallo, grande come il parabrezza di un furgone. La lastra copre la cavità da cui sono state sfornate migliaia di pizze, e anche tutta la facciata del forno. Nastro adesivo marrone, da pacchi, fissa il foglio del sequestro timbrato dalla procura di Como. Roberto La Rosa prova a guardare avanti. Comunque vada, il primo a sparire sarà proprio il forno. «Quando toglieranno gli ultimi sigilli, lo farò distruggere – dice il titolare della pizzeria – per il mio locale, questo forno è una specie di maledizione. Un simbolo di cattiva sorte. Non esisterà più».
Filtra la luce del mezzogiorno dalle vetrate. All'interno del ristorante, il colpo d'occhio può anche impressionare. Silenzio tombale. Clima da eterna attesa. Si può avere l'impressione di essere in un teatro di posa. Forse perché nei locali è tutto perfettamente in ordine. Ogni singolo tavolo è apparecchiato da quest'inverno. I bicchieri, i tovaglioli. Le posate simmetriche, intatte. Oggetti immobili al loro posto, in attesa di clienti che non sono mai arrivati. Di fatto, la polizia scientifica ha congelato il tempo al 2 febbraio scorso. Il giorno del macabro, incredibile, ritrovamento della testa nel forno. «Non toccare, deve cuocere», il messaggio lasciato su un foglio da Emanuele La Rosa, mentre dentro il forno c'era quella cosa terribile. Emanuele La Rosa è ancora in carcere, come il genero Alberto Arrighi, l'armiere che ha confessato di avere ucciso Giacomo Brambilla. La Rosa deve rispondere di concorso in distruzione di cadavere, per quella decisione folle che ha danneggiato tutti. Anche i figli, che hanno perso la pizzeria, il lavoro.
«Mio papà sta pagando, l'Alberto sta pagando – la constatazione di Roberto – e noi dobbiamo pensare a come continuare. Avevo sette dipendenti, tutti bravissimi. Ho dovuto lasciarli a casa per tutto questo tempo. Adesso, entro un mese, deciderò cosa fare. Già fra un paio di settimane potrei avere le idee più chiare».
L'idea è di riaprire al pubblico la pizzeria. Quasi storica, perché inaugurata nel lontano 1970. Un giardinetto dietro la vetrata, dove cenare in pace, in mezzo alle villette di periferia. «Ci piacerebbe riaprire  – prosegue il ristoratore – ma se si fa avanti qualcuno, potremmo realizzare il sogno di andare al mare. E' un nostro vecchio sogno. Dove? Non lo so, non conta. L'importante è continuare a lavorare, come abbiamo sempre fatto per una vita». Rimanere. Sarebbe quasi una scommessa. Anche se la pizzeria poteva contare su una clientela numerosa. «Non solo qui da Senna – ricorda La Rosa – perché veniva gente anche da Como e da Milano».
Ora la priorità è l'eliminazione del forno, che funzionava con una piastra a gas, in metano. «E' da due mesi che ci penso – confida La Rosa – ho già contattato un'azienda specializzata in Emilia. Non appena ci sarà il dissequestro, verranno a smontarlo. Può darsi che verrà messo sul piazzale qui di fronte, per essere portato via». A fianco dell'ingresso principale, dove è rimasto il segno dei sigilli sui vetri, il televisore non ha mai smesso di funzionare. Si vede una foto estiva del giardinetto privato, con tavoli e sedie, alternata a una schermata con le informazioni sul locale. Si reclamizzano pranzi di lavoro a undici euro, tutti i giorni tranne la domenica e i festivi. I banchetti per le comunioni e le cresime, la pizza d'asporto. Poi ancora il giardino. E ancora le informazioni. Scorrono giorno e notte da quell'alba maledetta.
Christian Galimberti

m.butti

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