Venerdì 02 Luglio 2010

Cantù, alla festa degli Eagles
il coach cucina le salamelle

CANTU' Si sarebbero potuti chiamare anche «Onda d'Urto». O, con romanticismo, «Sturm und Drang», tempesta e impeto. Per dire due candidature scartate all'epoca, tra l'89 e il '90, quando si decise per «Eagles», le aquile della curva. La storica tifoseria della Pallacanestro Cantù, in questi giorni, festeggia i vent'anni dalla fondazione. Alla faccia di chi invidia il calore del Pianella di Cucciago, dove in campo assieme alla squadra scendono sempre loro, il sesto uomo.
A ripercorrere anni di gioie e fatiche sono due fondatori degli Eagles. Enrico Tagliabue e Francesco Morabito. Ovvero, Chicco e Juary, come li conoscono tutti. Nel direttivo degli ultras – un quadrumvirato composto anche da Giorgio Meroni e Luciano Zanfrini – si guarda in prospettiva all'anno prossimo: «Dopo questa stagione fantastica, vediamo la luce».
Oggi, è impossibile pensare la Pallacanestro Cantù senza gli Eagles. Giovedì sera, il coach Andrea Trinchieri si è improvvisato chef, alla festa fuori dal Pianella, dove è comparso anche Davide Van De Sfroos. Si continua fino a domenica – anche nel ricordo di Fabio, Simo, Ernesto, scomparsi prematuramente – con birra, cucina e karaoke. «I primi anni – ricordano Chicco e Juary – dentro il Pianella si faticava persino a trovare uno spazio fisico, per il nostro tifo. Qualcuno storceva il naso. Prima degli Eagles, si stava spesso seduti. Adesso, con noi canta tutto il palazzetto. C'è voluto qualche anno, per farci accettare da tutti. E, tra le altre tifoserie, ci siamo fatti rispettare». Rivalità con Milano, Varese, le due Bologna, Siena, Caserta. Un gemellaggio storico con Montecatini. Un altro da ufficializzare con Pesaro.
Il big bang emotivo, è fissato al 24 marzo 1989. Finale di Coppa Korac, persa con il Partizan Belgrado. Qualcuno, per arrivare in Jugoslavia, si era fatto diciotto ore di auto con passaggio dall'Austria. Anche con una gamba rotta. «Vado un paio di giorni a Brescia», la bugia raccontata da un tifoso alla mamma. Duecento persone mosse da Cantù che fecero pensare. Una sera, al bar «La Permanente» – piazza Garibaldi – l'idea di creare un gruppo di tifosi. Una quindicina, il nucleo fondatore. Uno striscione verde – «il sarto aveva soltanto quel colore», la risposta leggendaria che qualcuno ha sentito dire da Juary – prima che Francesco Corrado, negli Anni Novanta, stabilì i colori sociali della squadra in bianco e blu. Svincolati dalle tinte degli sponsor e legati al tifo: il colore degli Eagles.
Il cuore, da quelle trasferte tutta passione, è sempre quello. Forse più grande. Gli Eagles, al Pianella, sono circa cinquecento. Contano anche su fan di Roma, Perugia, Bari, Loano, Monaco di Baviera. Alla riunione del martedì sono almeno una cinquantina. «Si discute anche di come si sono fatti i cori alla partita – spiegano Chicco e Juary – e si cerca sempre di migliorare. Come nascono i canti della curva? Per caso: uno dice mezza frase, all'altro viene buona una melodia già sentita. E' capitato che si prendesse anche carta e penna». Si pensa a come sarà nel nuovo palazzetto di Cantù. «Qui al Pianella l'acustica è buona, è un simbolo di affetto, di storia – ricorda Juary, che nel palazzetto si è persino sposato – se sulla struttura di Cantù c'è un progetto a lunga durata, e serve alla continuità della squadra, bene. Altrimenti, a Cucciago si sta benone».

m.butti

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