Domenica 01 Agosto 2010

Ragazzi, la musica è cambiata!
Questi giovani sono un esempio

La prima volta che li vidi, la cosa che mi colpì fu la profonda, misteriosa intesa che li unisce. Erano in uno spazio nuovo per loro, vasto, con possibili difetti di acustica  - una chiesa sul lago con buoni stucchi vallintelvesi nelle cappelle e un luminoso e turbinoso affresco del Quaglio nel coro - e dopo pochi minuti e pochissime parole i cinque ragazzi avevano pesato la situazione ambientale ed erano già sistemati davanti alla balaustra dell'altar maggiore con le sedie e i leggii in semicerchio, pronti per la prova del concerto. Il primo violino guardò i compagni, fece un cenno col capo, le note del Quintetto in sol minore per archi (K516 ) di Mozart salirono senza incertezze a stupire gli angiolotti di legno, muniti di trombe mute, dell'organo barocco. La sera dopo, a stupire fu il pubblico, soggiogato in silenzio nell'ombra della navata prima di sfogare l'ammirazione in un lungo applauso convinto. I cinque ragazzi erano diventati sei. A Paolo Venturini, Ida di Vita, Maria Bocelli, Gaia Leoni e Leonardo Gatti si era aggiunta Elinor Frey, una canadese di travolgente vivacità, col suo violoncello. A chi le diceva: «Siete bravissimi», Elinor replicava: «E simpatici! Siamo simpatici». L'intesa veniva confermata e garantita da una altrettanto misteriosa, sotterranea felicità, affiorante in quel piccolo fuoco di allegria, in un sorriso subito dissimulato. «Giocano a fare i grandi», mi sorpresi per un attimo a sospettare: così eleganti nei vestiti scuri, così composti, fin compassati, così ben educati… Senza rendermene conto, da vecchio stupido che si è dimenticato che la gioventù può anche, e ancora, essere una virtù, li mettevo a confronto offensivo con i loro molti - troppi - coetanei da discoteca, pub, studio televisivo.
Non giocavano, i ragazzi del Kreartive Ensemble. E non giocano affatto. Si sono incontrati nelle classi di Quartetto del Conservatorio di Como, sotto la guida del Maestro Paolo Beschi. Il suo entusiasmo, la sua passione, i suoi consigli li hanno contagiati, sono diventati un modello di comportamento e di impegno. Se hanno dato vita all'Ensemble un po' per caso, perché si trovavano a suonare insieme nelle stesse classi, sono determinati a renderlo una formazione duratura, aperta ai nuovi incontri e ai nuovi apporti, e a farlo conoscere e apprezzare come una realtà di valore anche fuori dalle aule, nel variegato e per tanti motivi difficile mondo musicale italiano. Dice Maria, una delle viole del gruppo, non ancora ventenne: «È sbagliato considerare i giovani come una massa. Noi non siamo poi così addormentati, abbiamo parecchie cose da dire. E qualcosa credo che lo abbiano tutti. Certo, ognuno dovrebbe sapere quello che vuole fare nella vita». Loro, i ragazzi dell'Ensemble, hanno avuto la fortuna di capirlo in fretta. Merito delle famiglie? dei fratelli maggiori che impegnati nello studio di uno strumento hanno scatenato il desiderio mimetico nei cadetti? o di un grande violoncellista dell'Ottocento, ammirato dalla Regina Vittoria e tornato in Italia a trascorrere gli ultimi anni in una villa sulle colline bergamasche, diventando così una figura mitologica per un ragazzino di cent'anni dopo che abita e fantastica proprio ai piedi di "quella" collina? di uno spettacolo visto durante l'infanzia? dei cori ascoltati nella chiesa di San Bartolomeo? del concerto di Capodanno trasmesso da Vienna? dei Capuleti e Montecchi belliniani rappresentati al Sociale di Como? di Rostropovic ascoltato dal loggione di Bergamo? di Arturo Brachetti che in scena può diventare uno nessuno e centomila? Non si danno risposte definitive. Sicura invece, e sorprendente, è la consapevolezza che la scelta di fare musica è come quella «di entrare in religione, di andare in seminario». Si entra in un circolo - vizioso o virtuoso? - che tende a eliminare tutto il superfluo, le distrazioni, le pigrizie, i trastulli, i tempi morti, le esperienze inutili dell'adolescenza, allena e abitua alle rinunce, potenzia la memoria, sviluppa il senso critico e autocritico, affina l'orecchio. Ci si impegna a diventare dei buoni musicisti e si finisce col diventare anche individui migliori. Che sanno ascoltare, meditare, giudicare, lavorare da soli e in gruppo, prendere decisioni ed essere felici del loro lavoro pur evitando di accontentarsi troppo facilmente del primo risultato positivo e anzi scegliendo come abito mentale la massima del «si può fare ancora meglio», l'insoddisfazione costruttiva. Si acquista una capacità fondamentale: quella di stare in silenzio. E di non alzare mai la voce. Di conversare al limite dell'indistinto. Ma la loro voce vera è lo strumento che hanno scelto e che non sempre hanno riconosciuto come il loro al primo colpo. Come all'entrare nella pubertà ci si sente in gola due o tre voci diverse e ancora non si capisce quale diventerà la nostra propria, così capita di passare alla viola dopo aver tentato le corde del violino, o di accorgersi - è l'esperienza di Leonardo - che si sta tenendo e suonando la chitarra come se fosse un violoncello. Legata al silenzio è anche l'attività più importante cui si dedicano nel poco tempo libero dallo studio e dalla pratica musicali. Gli elementi del Kreartive sono lettori onnivori con forti preferenze per il romanzo dell'Ottocento. Mi incanta la confessione di Gaia, che ha un vera passione per Dumas e, tra i suoi tanti titoli, per i "Tre Moschettieri", e quando io osservo che D'Artagnan e compagni sono più simpatici in "Vent'anni dopo", perché la vita ormai li ha ammaccati e la loro "armatura" non è più inossidabile, mi obietta giustamente che il senso e la bellezza della gioventù stanno nei sogni e nella divisa inossidabile «uno per tutti, tutti per uno».
Dei personaggi dumasiani i ragazzi dell'Ensemble cominciano ad avere la mobilità e verrebbe da dire l'ubiquità. Si disperdono, chi a suonare in orchestra per un "Don Giovanni" a Como, chi per "Così fan tutte" a Roma, chi a insegnare in una scuola media, sono a Orvieto per un corso di perfezionamento o a Sermoneta invitati a una master-class, poi una sera si ritrovano insieme per suonare Mozart e Beethoven nella chiesa di Lezzeno e qualche giorno dopo corrono a Castelvetro, nel piacentino, dove si esibiscono all'ombra di una quercia centenaria da salvare e dove un grillo, incantato o invidioso, si tiene silenziosamente aggrappato per tutta la durata del concerto ai pantaloni di Paolo, il primo violino. Non sarebbe ora che anche le autorità politiche locali e statali sviluppassero un poco della sensibilità di un grillo, si accorgessero dei tesori artistici e dei buoni esempi umani che fioriscono nei conservatori e decidessero finalmente una promozione seria della cultura musicale italiana, le cui glorie vanno forse al di là di Apicella? O il discorso promozione musicale-promozione civile va bene soltanto per le tracce retoriche dei temi di maturità?

Basilio Luoni

b.faverio

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