Martedì 03 Agosto 2010

Alpino ritrova il cappello
perduto 33 anni fa

COMO Ha ritrovato il suo cappello d'alpino perso 33 anni fa. Non sarà persuaso di averlo ritrovato finché non lo avrà di nuovo in testa, il caporale istruttore Giancarlo Fagetti, classe 1935, Battaglione Cadore per 18 mesi tra il 1956 e il 1957, residente a Como, già rappresentante di tessuti per arredamento. Ma la storia rivela di che fibra sono fatti gli alpini, che significato hanno per loro certi oggetti e se sono disposti ad andare in giro senza scarpe e senza cappotto d'inverno, mai e poi mai rinuncerebbero al cappello, con tanto di penna nera, l'unica che conta. E infatti, se un Alpino va avanti, si dice Penna Mozza, non si fa riferimento ad altro: lasciano qui tutte le medaglie, qualsiasi cosa e perfino il cuore, ma il cappello è per sempre. Per tutti questi motivi, lo struggimento di Giancarlo Fagetti durava dal 1977, perché niente può sostituire il proprio cappello alpino. «Lo tenevo in camera, sopra il letto - racconta - ma 33 anni fa, abbiamo fatto il trasloco da una casa all'altro della città. Davo per scontato che il cappello fosse con tutte le altre cose. E invece, non c'era più. Lo abbiamo cercato in tutti i modi, in tutti gli angoli, io ero proprio rammaricato, proprio dispiaciuto». Non era un feltro qualsiasi: se un uomo, con i rispettivi familiari, non è un alpino, non può capire. Ma dentro il cappello c'è la naja, c'è la Patria, c'è la solidarietà, ci sono tutte le canzoni alpine, la giovinezza e i commilitoni, gli eroi, le lettere alla fidanzata e alla mamma, il sole e la neve delle montagne, l'onore e l'orgoglio, i campi estivi e quelli invernali, gli «attenti» e «i presenti». Ci sarà un motivo se l'Associazione Nazionale stabilisce regole per il cappello che non può essere indossato da chi non è Alpino, non può essere usato per circostanze che non siano Alpine, né può essere decorato con ammennicoli. E dopo le Adunate, sui giornali degli Alpini, è tutto un cercare cappelli e proprietari di cappelli. «Ma qualche giorno fa - continua il Caporale Istruttore - ero in un bar di via Garibaldi. Mostro la foto con il mio cappello ad un amico, quello la guarda e mi dice: Ma quel cappello ce l'ho io, a Belluno. Come sarebbe a dire, a Belluno? Ma sì, dice l'amico, mi è stato dato, non sapevo di chi fosse, l'ho portato a Belluno, dove c'è una casa alpina». Adesso il signor Fagetti freme e con lui tutti quanti i veci e i bocia, tutti coloro che sanno del valore sacro di un cappello alpino. L'amico gli ha assicurato che è proprio quel cappello, inconfondibile e gli è stato dato da uno che faceva il trasloco. Si capisce che al traslocatore è rimasto in giro e ha pensato di non tenerselo, ma di consegnarlo ad un appartenente alle Penne Nere che avrebbe trovato il modo di recapitarlo.

f.angelini

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