Venerdì 24 Settembre 2010

Così Bontempelli stroncò
la Casa del Fascio di Terragni

Trent'anni or sono fu una ricercatrice comasca, Anna Carboncini, a mettermi in contatto con Pier Maria Bardi, allora sovrintendente del Museo d'Arte Moderna di San Paolo da lui stesso fondato. La Carboncini, già assistente di Bardi, è tuttora in Brasile per curare il riordino dell'enorme archivio del celebre critico d'arte; grazie ai suoi buoni uffici, potei rivolgermi direttamente a Bardi per chiedere notizie sui rapporti fra Bontempelli e Terragni. Dal rapporto epistolare scaturì soprattutto questa lettera del 15 maggio 1979, fino ad oggi rimasta inedita, che chiarisce definitivamente i motivi dei contrasti fra Bontempelli e Giuseppe Terragni sulla valutazione della Casa del Fascio, senza le ambiguità finora espresse dagli studiosi sull'episodio.
Come Bardi testimonia, l'articolo scritto da Bontempelli per il numero 35/36 della rivista Quadrante (ottobre 1936) e non pubblicato, provocò le dimissioni del letterato dalla direzione e la repentina fine delle pubblicazioni del periodico. Da notare che il fascicolo, interamente dedicato alla Casa del Fascio comasca, venne in pratica impaginato dallo stesso Terragni, che portò a Roma anche i clichè delle illustrazioni, nell'intento di fornire una documentazione esaustiva e divulgare tutti i presupposti teorici per la sua opera. La Casa, scriveva Terragni nella relazione esplicativa, non doveva essere un organismo burocratico o «un comodo palazzo per uffici», ma la sede centrale del partito delegata a «compiti di organizzazione, di propaganda, di educazione politica e sociale». Questi obiettivi, etico-sociali, erano tali da determinare le doti di «organicità, chiarezza, onestà della costruzione». In altre parole, l'architettura in quanto tale era subordinata alla funzione di una macchina propagandistica della fede fascista, «fiamma e vita», espressa con vincolanti sovrastrutture di arredo: pannelli, scritte, immagini, dentro e fuori l'edificio. Slogan e figure di una stentorea retoricità, un coro di voci imperiose, di comandi, di alalà.
Ma Bontempelli, e con lui gli altri visitatori di quel giorno d'agosto 1936, preferivano il silenzio di un'architettura fine a se stessa. Sembrerà un paradosso, ma tutti gli avversari dell'appassionata diatriba sull'arte in quegli anni la pensavano in fondo allo stesso modo. L'arte dove essere depurata da secondi fini. Le astrazioni liriche di Carlo Belli, l'ideale Quattrocentismo di Bontempelli (Piero della Francesca, che modello supremo!), persino i rigidi canoni neoclassici di Ugo Ojetti non sono poi così distanti l'uno dall'altro, malgrado il reciproco scambio di strali polemici. Chi tentava di deviare da questi criteri assoluti di esteticità si meritava una "stroncatura", anche Terragni che pure era un ideale compagno di strada.
Lui stesso si accorse più tardi che il sovraccarico ideologico avrebbe potuto inquinare il valore delle sue architetture. Al punto da condizionare in modo estremo la sua vita. Nella lettera di Bardi l'accenno agli ultimi giorni di un Terragni disperato per la tragedia bellica e il crollo del regime è particolarmente toccante. Anche Giulia Veronesi, che lo vide a Como così affranto, minato nel corpo e nello spirito, rimase impressionata. Chiedeva scusa a tutti, raccontò, chissà perché. Il fatto era che il giovane architetto, rimpatriato per una grave depressione nervosa dall'inferno del fronte russo, aveva appreso da poco che i suoi compagni d'arme erano tutti morti. Ecco perché chiedeva scusa: di essere ancora vivo.

Alberto Longatti

Ecco il testo integrale della lettera inviata da Pier Maria Bardi ad Alberto Longatti il 15 maggio 1979 da San Paolo del Brasile.

Fino all'epoca di «Quadrante» avevo sempre rifiutato proposte di riviste dirette in due o attraverso comitati. Pubblicai prima di allora il giornale «Belvedere» a Milano, nelle cui pagine informavo sull'attività della mia galleria che ora è ricordata come "d'avanguardia". Quando nel '30 mi trasferii nella capitale per dirigere la Galleria d'Arte di Roma conobbi Massimo Bontempelli. Con lui si decise di lanciare una rivista che fosse allo stesso tempo dedicata alla letteratura, alle arti dette plastiche e a problemi culturali e politici.
A me premeva soprattutto svolgere la polemica per una architettura rinnovata, a Bontempelli riprendere l'azione interrotta di «Novecento». Ognuno portava e integrava nella pubblicazione i propri amici; da parte mia il gruppo aderente al "Movimento Italiano per l'Architettura Razionale", erede del gruppo «Sette»; Bontempelli: scrittori nazionali e stranieri nonché eminenti critici e giovani di valore come Gian Gaspare Napolitano e Marcello Gallian.
La collezione di «Quadrante» testimonia ciò e anche come si fece la rivista: senza mezzi, senza sovvenzioni, con i direttori e i collaboratori che lavoravano gratuitamente e non erano molto ben visti in quanto dissidenti e attaccabrighe, oltre ad avere la specialità di pubblicare testi in altre lingue.
Dato che lei si interessa dei rapporti fra Terragni e Bontempelli, a proposito della Casa del Fascio di Como le dirò che Peppino non volle partecipare della redazione di «Quadrante», malgrado fosse mio intimo amico fin dal tempo della mia difesa del «Transatlantico», sua prima opera. Per quali ragioni? Forse perché non aveva simpatia per il gruppo BBPR e anche per altri colleghi del MIAR. Ciò non tolse che, ultimata la casa del Fascio, io non decidessi di dedicarle un intero numero, considerando la costruzione il primo fatto positivo della polemica che avevo intrapreso su «L'Ambrosiano».
Bontempelli, che poco si era interessato fino allora di questa polemica, si manifestò contrario al numero speciale su Terragni; poiché io insistevo mi annunciò che ad ogni modo avrebbe scritto anche lui sull'argomento poiché aveva avuto occasione di andare a Como a vedere la C.d.F. e voleva dire la sua.
Devo affermare, come altre volte scrissi, che consideravo Massimo il primo maestro da me incontrato e molto gli devo nella mia formazione culturale. Tuttavia, quando ricevetti il testo, constatai perplesso il giudizio negativo riservato a Terragni e mi parve frutto più di influssi di altri che non di convinzioni personali. Mi decisi a non inserire nel numero il parere del mio condirettore, dopo aver scartato l'idea di farlo seguire da una contronota. Fu una decisione dura: non avevo mai contraddetto Massimo.
La mia iniziativa provocò purtroppo la rottura della nostra collaborazione; forse, ripensando ora all'avvenimento, mi misi dalla parte del torto e giustifico la reazione del mio caro amico.
Ricordo con tristezza la sua telefonata: «... hai fatto cosa non degna». D'altra parte io non potevo infirmare il lavoro di Terragni: lo sapevo sensibile, timido, versato a "prendersela", estremamente buono e un poco permaloso. Non avrei saputo e potuto procurargli un dolore. Quel numero di «Quadrante» era considerato una rivincita nella stessa Como, dove non tutti erano d'accordo sulla sua arte. Ancor più: Peppino era venuto a Roma  per aiutarmi nella compilazione. Ospite di casa mia passavamo giorni interi discutendo, proponendoci di riprendere la polemica che stava perdendo terreno per le manovre di Piacentini, l'incantatore dei colleghi cosidetti razionalisti, preoccupatissimi di ricevere la benedizione del promotore degli archi e colonne! Avevo nascosto all'amico la nota dell'altro amico.
Terragni sapeva benissimo che Bontempelli avrebbe silurato in una critica la Casa del Fascio. Forse non era tanto per l'architettura, quanto per l'insofferenza che si andava manifestando in lui verso e contro il regime, malgrado fosse membro della Reale Accademia d'Italia, la stessa insofferenza che traspariva nelle conversazioni di Pirandello, pure lui collaboratore di «Quadrante».  Bontempelli era considerato della fronda, come la nostra rivista. Avevamo avuto seri avvertimenti dal capo dell'Ufficio Stampa Gaetano Polverelli, un bonaccione che si limitava a mostrarci le pagine marcate dal lapis rosso di Mussolini. Il solito facilone di turno, nel rigettare in blocco tutti i vent'anni del fascismo, tempo fa, su «Casabella», dimostrò che «Quadrante» faceva parte della situazione, tacendo per esempio il seguente trafiletto che pubblicammo contro la Scuola dei Segretari Federali alla Farnesina: «Noi stimiamo molto i giovani, tranne i giovani che studiano da segretario federale», firmato col mio nome, e che mi costò il ritiro della tessera PNF e le solite persecuzioni morali.
Bontempelli negli anni detti ruggenti fu decisamente contro ciò che accadeva di politicamente anormale in Italia, può darsi (anzi non ho dubbi), che il giudizio negativo sulla Casa del Fascio non fosse tanto per Terragni, quanto per la denominazione e funzione dell'edificio. E guai se Massimo avesse visto sulla facciata la grande foto di Mussolini, come aveva suggerito Marcello Nizzoli e che io riuscii a non far apporre.
Forse, nella stesura della nota, aveva avuto un certo peso il parere di Paola Masino che la ricordo non tenera verso il degenerare dell'andazzo nazionale. Bontempelli teneva in conto i giudizi di Paola, scrittrice francamente contestataria.
Sono illazioni. La signora Masino potrebbe fornire qualche informazione su questo fatto; da parte mia, ormai così lontano, anche geograficamente, dalle cose italiane, le ho detto su quanto ricordo sull'episodio comasco, lieto di sapere che la memoria di Peppino è ben considerata nella città natale che tanto amava. Non so bene come sia scomparso Terragni. Ho sempre pensato e preferito pensare che fosse morto di dolore. L'ultima volta che lo vidi a Como, dopo il ritorno dalla Russia, andammo a sederci sotto il monumento a Sant'Elia, ai giardini e parlammo a lungo delle sorti dell'Italia. Era un italiano cresciuto nello spirito fascista, come io stesso fui cresciuto nello spirito di Trento e Trieste da strappare agli Austriaci. Ci sentivamo italiani - nazionalisti. Eravamo convinti che Mussolini era il capo mandato dalla provvidenza, come aveva detto il Papa, orgoglioso che personaggi come Churchill e Rooeswel prima della guerra avessero confermato la stessa opinione.
Il nostro discorso era evocativo, quasi aspettassimo da un momento all'altro l'apparizione miracolosa della signora Italia con tanto di corona in testa e spada in mano, per rimettere le cose a posto. Purtroppo non speravamo più, le cose andavano di male in peggio. Davamo la colpa a Hitler, poi a Badoglio, poi perché i soldati erano mal vestiti, poi perché lo stellone s'era oscurato.
Peppino era sfinito, non aveva uno sguardo convinto, non ne poteva più, continuava a disperarsi per l'Italia. Cercavo di consolarlo e di non essere pessimista.
Quelle ore mi fecero riflettere su qualcosa di definitivo. Peppino non avrebbe durato. Si struggeva. Quando mi accompagnò al treno mi disse che difficilmente ci saremmo rivisti, poiché il marasma stava per arrivare. Non pensava più all'architettura, pensava all'Italia. Fu la retorica italiana di quei tempi. Lei, con la sua richiesta, me la fa rievocare. Le posso dire che fu retorica in buonissima fede, specialmente per l'integro Terragni.

b.faverio

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