Mercoledì 29 Dicembre 2010

Verità e ironia, è nata una scrittrice

Leggendo questa "autobiografia" di Franca Valeri, che è anche un breve romanzo personale, scritto con quella misura tra ironia, leggerezza, ma anche affondo nella verità della propria esistenza, mi è venuto in mente uno dei "giochi" che piacevano molto a Testori, quello del confronto tra i grandi della sua contemporaneità. Del resto parlando della Valeri non si può non riandare allo scrittore di Novate, visto che la Valeri è stata, nei primi anni dopo la Seconda guerra mondiale, quando era ancora Franca Norsa, la sua prima attrice, interpretando la "Caterina di Dio" e poi alla fine degli anni Cinquanta la sua memorabile Maria Brasca al Piccolo di Milano. Lei lo ha sempre ricordato con molto affetto, ma in questo libro non ne parla, perché il suo carattere d'intimità, mette in scena solo i frammenti di quella "reticenza" che vengono alla memoria così, come se si trattasse di uno dei suoi straordinari monologhi teatrali.
Il gioco di Testori era quello di chiedere chi si preferiva tra i mostri sacri dell'arte, della poesia (Rimbaud o Verlaine?), della letteratura (Calvino o Arbasino?), della musica leggera (Mina o la Vanoni?) e della lirica (Callas o Tebaldi?). Anche la Valeri accenna a questi "match" immaginari che hanno accompagnato gli anni Cinquanta e Sessanta, quando ricorda di aver visto di persona la Callas e scrive: «Un ricordo è un fiume in piena. Quando provavo "Lina e il cavaliere" avevo un vestito rosso, di lana, molto chic, sarebbe di moda anche adesso, ma ero più magra e molto più giovane; nella commedia si parlava della storica (forse inventata) contesa fra la Callas e la Tebaldi. Avevo proprio quel vestito quando ho incontrato "la Maria" a colazione al Biffi Scala».
Ecco prendo spunto da quella "finta" contesa per fare un azzardo critico, anche perché la critica letteraria a volte deve essere eretica, rompere con i canoni stabilizzati, per dire che la Valeri è "la Callas" del teatro italiano degli ultimi sessant'anni. E allora il gioco che proponiamo con una domanda è "Dario Fo o Franca Valeri?". Senz'altro noi siamo dalla parte della Valeri, nonostante il Nobel a Fo: c'è più grandezza, c'è più verità, c'è più ironia per una Valeri che non è solo attrice, ma anche grande scrittrice come ha sempre dimostrato, anche se la critica non se ne è mai accorta, fin da quando nel 1951, pubblicava "Il diario della Signorina Snob" da Mondadori. Scrittrice di monologhi che sono tra i pezzi migliori del teatro italiano del Novecento, per il cinema, di libri in cui racconta se stessa e il suo mondo. Questo ultimo libro, "Bugiarda no, reticente" (pag. 104, euro 17), con questo titolo magnifico, con la naturalezza e la capacità di essere stessa, senza voler fare il solito volume di memorie da quattrocento pagine, impongono la Valeri come una delle figure memorabili della nostra letteratura: teatro e prosa che si pongono su quella linea che sta tra Carlo Emilio Gadda (assai frequentato dalla nostra autrice) e Alberto Arbasino che con la Valeri, nelle sue opere, sembra tessere un colloquio stilistico.
È una provocazione seria, questa. La Valeri ha bisogno della sua "opera omnia", ha bisogno di non essere solo riconosciuta come grande attrice, ma anche come la grande scrittrice che è e che pochi hanno riconosciuto.
Leggete questo libro: è come passare una sera sul divano con una grande amica che spiega come sono nati i suoi personaggi più fortunati dalla Signorina Snob alla Cesira fino alla signora Cecioni, ci parla di sfuggita delle sue amiche, Camilla Cederna e Silvana Mauri Ottieri, ci rivela ritratti intensi della madre e del padre. Una madre la sua che ha suggerito anche il titolo di questo libro. Infatti la Valeri racconta che diceva sempre: «La Franca non è bugiarda, è reticente». La Valeri scrive che, indirettamente, parlava anche di suo padre e commenta: «Mio padre era molto ironico e chi ha quel dono non è mai estroverso. Ho imparato da lei che degli uomini, specie quelli della tua vita, non si può sapere tutto». La Valeri guarda alla sua vita con disincanto e lascia il lettore senza parole. Racconta anche degli anni di guerra, sfollata in una villa sopra Lecco, con tanti aneddoti curiosi che servono poi a giungere a improvvise verità: «Dal continuo sballo di ideali al quale è stata costretta la mia generazione sto pensando che mi ha salvato il teatro. I comici si sono sempre esibiti in qualsiasi corte (ora cortile). Non che pensi di farlo, considerando che potrebbe non essere accessibile anche quel tipo di spazio. Bisogna dire però che sotto qualunque cielo è lecito pensare. Lecito, ma non facile».
C'è il suo parlare con gli animali, i cani e i gatti, il suo riflettere fuori dai luoghi comuni, il suo indignarsi sulle nostre derive civili («L'educazione non è ormai una forma di rispetto umano scambievole e con le sue regole codificate, no certo, è resistenza alla maleducazione»), il suo sentirsi "lombarda", proprio attraverso la dimensione del lago, anche se adesso non è ai laghi lombardi che volge lo sguardo, ma a quello più piccolo di Bracciano. L'aria dei nostri laghi l'ha cresciuta. Lo dice lei, la "Callas" di casa nostra, in tutti i sensi: «Il lago è l'acqua alla mia misura di lombarda, senza fraintendere l'attributo. Tutte le sue coste sono visibili, nei nostri laghi è ancora presente la mano elegante del passato, nelle ville, nei giardini, non c'è lo spazio per sopraffare queste impalpabili nostalgie».

Fulvio Panzeri

b.faverio

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